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PER LA RISCOSSA NAZIONALE E SOCIALE

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(Elementi per la discussione)

 

Un nuovo panorama politico di difficile individuazione si prospetta all’orizzonte. La crisi del potere finanziario e del suo modello di controllo mondiale apre scenari nuovi dove, finalmente, la forza delle idee può soppiantare lo strapotere dell’economia solo che una minoranza capace, preparata e coraggiosa sappia approfittare anche della definitiva eliminazione delle ideologie.

 

Bisogna avere la forza di sognare e realizzare un mondo nuovo, a dimensione umana, ancorato ai valori perenni dell’umanità ed al profondo bagaglio di cultura e tradizione di cui il genere umano è dotato.

 

ANALISI POLITICA

 

Gli accadimenti di questi ultimi decenni ci hanno documentato, da una parte, il fallimento del comunismo come opposizione al capitalismo liberista, dall’altra il tentativo,anche questo in via di fallimento, delle grandi centrali planetarie di arrivare alla creazione di un Governo Unico Mondiale, attraverso il controllo delle risorse energetiche ed alimentari, usando il debito pubblico come strumento di sottrazione di sovranità degli stati nazionali e di asservimento della volontà dei popoli.

 

E’ questo il momento in cui i sistemi di potere, incapaci di risolvere le proprie crisi, le stanno scaricando sui popoli, ma senza speranza di successo, per cui abbiamo tutto il tempo per preparare una risposta globale ed organizzata purché si abbia l’intelligenza di superare le varie trappole che verranno poste sul nostro cammino.

 

Il fallimento dei socialismi reali ha debellato uno dei mostri del mondo moderno ma ha potenziato il mostro più pericoloso: il liberismo ed i regimi liberal-democratici.

 

Che il liberismo sia un mostro è facilmente documentabile; basta guardare i gravi danni che sta arrecando all’umanità: milioni di affamati, genocidi, bambini soldati, sfruttamento della miseria, caduta etica con il proliferare di crimini contro l’umanità e di aberrazioni quali la droga, la pedofilia, la violenza sui minori, il lavoro schiavistico, i fenomeni migratori, la distruzione dell’eco sistema con i danni permanenti all’ambiente le cui conseguenze sono tutt’oggi imprevedibili, ecc…

 

Ma è un crimine perché parte da un falso principio: quello dell’uguaglianza, per di più intesa solo in senso formale (giuridico) e non sostanziale (economico). Gli uomini sono tutti diversi e proprio partendo da questo principio reale si devono creare i presupposti perché a tutti vengano consentite le stesse opportunità. Il liberismo invece tende a livellare gli uomini misurandoli solo per quello che possiedono e non per quello che valgono; per di più lasciando la libertà assoluta alle regole del mercato, ottiene come conseguenza che chi ha risorse economiche ha diritti assoluti su chi non le ha, e chi ne ha di più può ridurre in miseria chi ne ha di meno, dimenticando la fondamentale funzione sociale della proprietà privata, riconosciuta dall’art.42 della nostra Carta Costituzionale.

 

 Il trionfo del neo-capitalismo.

Il capitalismo, nelle sue due manifestazioni principali, privato o di stato (comunismo) ha sconfitto con le sanguinose guerre del secolo scorso le opposizioni nazionali che fondavano la loro ragion d’essere sui valori essenziali dell’uomo.

 

Il sistema di potere internazionale,poi, convinto ormai di controllare i destini dell’umanità senza bisogno di un contraltare, quale potevano essere i regimi a struttura marxista-leninista, ha tirato fuori l’arroganza propria di chi è convinto di aver vinto la battaglia finale e di non avere più rivali. Si è pertanto iniziato a parlare in modo sempre più insistente di Governo Unico Mondiale, di esercito unico mondiale e si sono iniziate a definire le azioni militari dell’esercito americano, o comunque comandate da ufficiali americani, operazioni di polizia come se esistesse una codificazione dell’ordine pubblico internazionale. In effetti si è sempre trattato di interessi di una parte contrapposta ad interessi di un’altra parte, a prescindere da dove fossero la ragione ed il torto.

 

Si è cercato di creare così il mito del trionfo del capitalismo e si è cercato di convincere i popoli della ineluttabilità di un potere disumanizzante, impostato tutto su rapporti economici e condizionato esclusivamente da dottrine economiciste e materialiste estranee completamente alla ben più vasta natura dell’uomo; potere condannato da tutte le fedi religiose, cattolica compresa.

 

Il dato più preoccupante è che questa dottrina ritiene di ridurre i problemi dell’umanità ad un semplice scontro di interessi economici.

 

Il mito di questo trionfo, basato su suggestive parole d’ordine quali “pace mondiale”, “benessere universale”, cozza con la realtà che si è creata in tutto il pianeta; ma trova il suo limite anche nelle nuove economie emergenti, come la cinese e l’indiana, che, servendosi del lavoro schiavistico, riescono a creare dei possenti contropoteri economici. “Fame mondiale”, “emigrazione selvaggia”, “genocidi tribali” sono il frutto del nuovo razzismo, che vuol far finta di non conoscere l’esistenza delle differenze culturali tra i vari popoli in nome del mercato unico mondiale. Nelle nazioni cosiddette sviluppate, l’indebitamento, l’immigrazione e l’invecchiamento rappresentano i freni principali ad uno sviluppo equilibrato tra fattori economici e fattori umani.

 

Globalizzazione e mondialismo

 

Sono questi i risultati della globalizzazione culturale, meglio conosciuta come mondialismo. Un processo di estensione sul piano mondiale dell’informazione, dei sistemi di comunicazione, dei mezzi di trasporto è sicuramente utile e positivo; il voler estendere questo processo non solo alla trasmissione tra culture, ma alla loro omogeneizzazione, per rendere tutto il pianeta un indifferenziato consumatore dei prodotti del mercato globale, è semplicemente criminale perché rappresenta l’esaltazione del genocidio e della eliminazione delle differenze, principale risorsa della ricchezza culturale.

 

Tutto questo crea un enorme malessere che attraversa tutti i popoli della Terra e lascia indenni soltanto i pochissimi privati che, al di là di ogni collocazione politica, detengono il controllo delle risorse energetiche ed alimentari del mondo. Non sono popoli o sovrani ma sono uomini o, meglio, dinastie riunite in circoli privati che decidono le strategie economiche mondiali prescindendo dalle conseguenze, più o meno gravi, che possono avere sui destini di interi popoli.

 

La Trilaterale

 

Uno dei più importanti fra questi circoli è la Commissione Trilaterale; nome che deriva dalla composizione stessa del circolo, infatti ne fanno parte i più rappresentativi esponenti della politica e dell’economia di Europa, Nord America e Asia-Pacifico (dalla riunione di Tokyo del 2000). Proprio con la costituzione di questa Commissione vengono rese di pubblico dominio le decisioni del capitalismo mondiale a dimostrazione della sicurezza di vittoria finale dei gestori della finanza planetaria. Nel 1979 alcuni quotidiani italiani pubblicano la notizia della riunione della Trilaterale in cui si è deciso di esercitare il potere mondiale, non più attraverso il controllo dei governi dei popoli, ma attraverso la gestione delle risorse energetiche ed alimentari del mondo. E’ stata questa la prima conferma pubblica di quanto si era sempre sospettato: le decisioni fondamentali per i destini dei popoli non vengono prese dai governi legittimi nelle sedi istituzionali ma da entità private in sedi non convenzionali. Proprio questa decisione dissennata ha consentito per decenni che su territori ricchi vivessero le popolazioni a reddito pro-capite più basso (Brasile, Africa Centrale, ecc.): questi popoli, con la complicità dei loro governanti, sono stati espropriati delle proprie risorse che vengono conservate come scorte future, ma soprattutto come deterrente per il controllo e la levitazione dei prezzi sul mercato mondiale.

 

Lo scontro interno al capitalismo.

 

Questa visione trionfalistica che ha avuto di sé il capitalismo finanziario ha fatto in modo che questi presuntuosi non si rendessero conto, da una parte, che lo scontro tra capitalismo finanziario e capitalismo produttivo ha fatto emergere, come nemici veri, tutte quelle nazioni, come la Cina e l’India, che, con il lavoro schiavistico, sono diventate le vere padrone del mercato globale, dall’altra, l’estremo sviluppo dei fittizi giochi finanziari, oltre ad assoggettare, attraverso un debito pubblico gonfiato con i meccanismi usurocratici, le nazioni, ha creato una crisi di sistema che sarà la sconfitta finale delle grandi centrali finanziarie e dei loro giochi lobbistici.

 

Le ripercussioni in Italia

 

In Italia quindi lo scontro mai definitivamente risolto tra le due forme di capitalismo ha portato un corposo tentativo di bipolarizzazione della politica, ormai definitivamente fallito, per cui nel breve periodo vedremo il susseguirsi di una serie di riforme elettorali ed istituzionali nelle quali sarà possibile far emergere una nuova forza capace di interpretare le istanze della base popolare che sempre più manifesta il suo malessere con il dissenso e la disaffezione verso la politica.

 

Il malessere ed i segnali di rigetto.

 

Come abbiamo osservato, la crisi del sistema finanziario in atto, a nostro avviso ormai irrisolvibile, se non si esce dallo schema del liberismo, l’ultimo mostro ereditato dai secoli passati, non è sufficiente a far sorgere una speranza di rinascita dell’uomo, delle sue capacità creative e della sua volontà di costruire un futuro diverso per le generazioni a venire. Per fortuna nel mondo iniziano a vedersi tanti segnali spontanei di rigetto verso la mercificazione dell’uomo. Questi segnali, d’altra parte, proprio perché gli equilibri mondiali si determinano al di fuori, o meglio, al di sopra delle singole nazioni, possono e devono riscontrarsi in vari territori del pianeta, facendo nostra la teoria del “villaggio globale”.

 

Il terzo mondo.

 

In Italia, purtroppo, esiste una scarsa informazione sulla politica internazionale, e questo sembra ancora più strano se si considera che i più grandi studiosi di geopolitica sono stati Italiani; probabilmente tutto ciò non è casuale. Infatti, potrebbe sembrare strano, ma un dato impressionante emerge agli occhi di tutti coloro che prestano attenzione agli eventi della politica internazionale: tra i popoli più poveri si annoverano gli abitanti di territori molto ricchi per risorse naturali e materie prime. E’ un dato che deve far meditare moltissimo. Di esempi clamorosi e noti ve ne sono a decine: quasi tutto il Sud-America, i paesi arabo-islamici, le nazioni del centro-Africa…

 

 

 

La provincia dell’impero.

 

E’ proprio in questi territori che si sente in modo tangibile l’esistenza di un potere sovrannazionale che, non solo limita l’autonomia decisionale dei governi locali, cosa che d’altra parte avviene anche in Italia, ma addirittura impone e dispone in modo diretto le scelte fondamentali per quei popoli. La cosa sul posto è talmente evidente che spiega il fiorire, in quei territori, di pronunciamenti militari, di un nazionalismo molto spinto, e di un gran manovrare dei servizi segreti internazionali, in particolare della CIA americana. In genere tutto il Sud-America è stato scelto, per la sua collocazione geografica a ridosso del Nord-America e per la ricchezza inesplorata delle sue risorse, come serbatoio e riserva di risorse future. E’ comunque una situazione esplosiva facilmente controllata per la mancanza di una strategia globale anti-capitalista, ma che in questi ultimi anni sta dando vita a fenomeni politici territoriali che potrebbero dare imprevedibili sviluppi futuri e profondi “dispiaceri” ai detentori delle risorse.

 

Il problema demografico.

 

Altro notevole sintomo di malessere e di rigetto foriero di speranze per futuri rivolgimenti è il drammatico andamento dello sviluppo demografico dei popoli. Infatti, da un’analisi sommaria, si nota subito come le nazioni più sviluppate dal punto di vista industriale, e quindi meglio inserite nella società dei consumi, determinata dal capitalismo, sono le nazioni ad incremento demografico nullo: quindi formate da popoli in via di invecchiamento. Al contrario i popoli, cosiddetti sottosviluppati, a basso reddito economico, hanno uno sviluppo demografico impressionante da solo sufficiente a creare seri problemi di convivenza in vaste aree geografiche.

 

La fame nel mondo.

 

Strettamente collegato al problema demografico è quello tragico dell’allucinante distribuzione delle risorse alimentari, distrutte per abbondanza nei territori a decremento demografico ed inesistenti in altri territori per l’applicazione paranoica e parossistica delle cosiddette leggi di mercato, che sono,sì, scientificamente determinate, ma che rispondono ad alcuni parametri condizionati da chi detiene le risorse, quando il potere politico non pone un freno, ma ne è a sua volta diretto.

 

Questo collegamento crea una miscela esplosiva sufficiente da sola a far saltare qualsiasi sistema di potere. Il genocidio, vuoi per fame, vuoi scatenando mai sopiti odi tribali, è la soluzione che la società liberal-democratica ha dato al problema. Noi crediamo ed auspichiamo che questo non accada più. Allora milioni di uomini affamati accerchieranno, non solo i popoli industrializzati anch’essi incapaci di determinare il proprio destino, ma anche il potere capitalista impotente con il suo ferreo economicismo a dare risposte ai grandi problemi dell’umanità.

 

Il richiamo dei paesi africani.

 

E’ proprio cercando risposte che risolvano anche scottanti problemi economici, ma soprattutto affrontino il dramma degli uomini e dei popoli nella loro globalità, che, da numerose nazioni dell’Africa nera, dai centri culturalmente più evoluti dei popoli africani, sorgono continue richieste di confronto e di aiuto soprattutto culturale verso l’Europa, che, per storia, cultura e tradizione, è sempre stata faro e riferimento, nel bene e nel male, per tutta l’umanità.

 

In questo richiamo, in questo urlo di dolore, c’è tutta la valenza positiva di un malessere e di quale possa essere la via per affrontarlo e risolverlo. E’d’obbligo un breve riferimento all’Italia ed al suo glorioso passato legato alla romanità, che seppe esportare per il mondo valori tutt’oggi inestimabili e senz’altro nemici dell’economicismo e del moderno capitalismo.

 

L’estremo oriente.

 

La Cina è sempre stata, con il suo enorme potenziale umano, una scheggia impazzita di difficile collocazione nell’ambito degli equilibri internazionali, ed il suo deterrente strategico politico è aumentato, soprattutto se si considera che ha abbandonato il suo pervicace isolamento, che se, da un lato, la ha resa possibile terreno di conquista per le nuove tendenze consumiste, dall’altro, le dà la possibilità di intervenire in modo decisivo nella battaglia sui destini dei popoli che si dovrà combattere nei prossimi anni.

 

Il Giappone, poi, con il suo potenziale industriale, con il suo sviluppo tecnologico, con la sua abilità nello sfruttare al meglio le regole del mercato è diventato, anche se inserito nei grandi club finanziari del potere, una possibile fonte di disturbo: dato che una forte spinta nazionalista ed antiamericana ne condiziona comunque il cammino.

 

Il medio-oriente.

 

Detonatore potente di una micidiale miscela esplosiva è tutto il Medio-oriente con i numerosi problemi insiti in questa definizione. Dal problema palestinese alla sopravvivenza di Israele, dalla questione libanese, al problema dei territori occupati, dalle rivalità di religione agli intrighi di potere, dallo sfruttamento delle enormi risorse petrolifere al controllo delle vie di comunicazione per le stesse, tutto in questa zona del pianeta è complicato, foriero di gravi implicazioni, capace di scatenare inimmaginabili cataclismi. Le guerre in atto e i recenti luttuosi eventi delle navi turche che trasportavano aiuti umanitari ne sono una prova tangibile. Tutto si regge su difficili equilibri ancora una volta basati su mere valutazioni economiche.

 

La questione palestinese.

 

Come tutti i problemi mediorientali, la questione palestinese è complessa e di difficile soluzione. Sia perché è difficile convincere il popolo palestinese di non poter più vivere da padrone a casa sua perché la comunità internazionale ha “graziosamente” regalato il suo territorio ad un popolo sparso per il mondo (Israele); sia perché decenni di atroce guerra hanno creato lutti indicibili e con essi odio inestinguibile; sia perché tutte le soluzioni proposte portano alla creazione di uno stato palestinese smembrato in più territori, a sovranità limitata ed ai margini del suo reale territorio. In fondo la questione palestinese rimane tale perché a nessuno importa niente di quel popolo, ma tutti lo utilizzano a propri fini stabilizzanti o destabilizzanti all’interno di quello scacchiere.

 

Il bisogno di religione.

 

Un altro sintomo positivo, che fa ben sperare per il futuro e che indica in modo inequivocabile il rigetto ed il rifiuto che l’umanità inconsciamente ha per la società dei consumi e le soluzioni economiciste dei problemi sociali, è dato dal crescente, a volte confuso, bisogno di religione che traspare dalle masse, soprattutto giovanili, in tutto il mondo. Sono aspetti importantissimi cui le stesse religioni ufficiali sono incapaci di dare risposte adeguate, per essere anche loro, con le proprie gerarchie, immerse nel grande mercato e nel mercimonio delle coscienze.

 

Non mancano casi di dichiarazioni di intenti positivi, di lodevoli sforzi da parte di alcune componenti che purtroppo non vanno oltre la mera enunciazione teorica: come nel caso di alcune encicliche pubblicate dalla Chiesa Cattolica Romana di aperta condanna del capitalismo e dei suoi effetti devastanti nei confronti dell’umanità.

 

 

L’integralismo religioso

 

Questo bisogno profondo di risposte intimiste ad un’inequivocabile esigenza di spiritualità unita all’insoddisfazione verso le normali risposte di fede, fa in modo che l’integralismo religioso, di tutte le confessioni, si manifesti in modo massiccio. Tutti gli integralismi sono pericolosi per una normale convivenza civile, perché tutto ciò che è portato all’esasperazione stride con il profondo senso di libertà tipico di tutti gli uomini. E’ proprio la mancanza di risposte più profonde sul piano civile e sociale che spinge ad abbracciare la parte più radicale dell’estremismo religioso. Quasi a sopperire, attraverso i dogmi delle chiese portati alle estreme conseguenze, alla mancanza di un impegno civile costante e duraturo.

 

Non è un caso che gli eventi più drammatici di questi ultimi anni sono stati quasi tutti caratterizzati dalla presenza di integralisti religiosi. E’ chiaro che si tratta di fenomeni negativi, ma è pur vero che rappresentano un disagio fortissimo.

 

L’Islam.

 

Un’attenzione particolare va posta nell’osservare quale valenza possa esserci nella religione islamica. Infatti, da una parte, rappresenta una delle religioni a più elevato contenuto spirituale e quindi più determinata nello scontro contro ogni materialismo; dall’altra, tra le varie anime islamiche esiste una tale differenza e diffidenza da diventare possibile elemento di scontro e di tensione.

 

Le sette.

La conferma di questa tesi deriva dal fiorire e proliferare di numerose sette religiose, spesso delle vere e proprie associazioni per delinquere, che comunque raccolgono moltissimi giovani. Ancora una volta l’esigenza di spiritualità si manifesta in modo negativo in contesti spesso contrari alla civile convivenza, ma pur sempre sintomo di un evidente malessere frutto tipico della società dei consumi.

 

Nessuno parla delle numerose famiglie naufragate e depauperate, delle fughe e delle tragedie umane enormi che si nascondono dietro tanta pseudo-fede. E’ anche questa una fuga. Per non parlare del ruolo di sostegno ideologico e pratico delle sette al progetto del neo-capitalismo, proprio mentre altre fedi a questo si oppongono in nome della libertà dei popoli e dei singoli individui.

 

La fuga

 

Fuggire, scappare dalla realtà, cercare mondi fittizi dove risolvere le proprie contraddizioni e far tacere l’insoddisfazione tremenda di una vita che non merita di essere vissuta. Non è un caso isolato di un disadattato ma purtroppo è una realtà di massa vissuta e sofferta soprattutto dalle generazioni più giovani e più deboli.

 

Fuggono dalla loro realtà, per fame, i giovani dei popoli più poveri emigrando in terre lontane e spesso ostili, fuggono anche quelli delle società, cosiddette, più ricche, per noia: sono due fughe diverse, ma entrambe ugualmente drammatiche.

 

Quando i giovani fanno scelte che contraddicono l’innato gusto della sfida e l’istintivo desiderio dello scontro, e preferiscono rifugiarsi in immaginari mondi di perfezione, qualcosa non funziona: sono gravi sintomi di malattia.

 

La droga.

 

Sintomi che parrebbero irreversibili. Infatti nel vasto e diversificato mondo dei giovani dove tutto doveva essere semplice e soprattutto facile, nulla più diventa gratificante, tutto diventa dovuto affinché, anche il giovane, entri al più presto nel mercato.

 

Spesso, però, nel mercato entra dalla porta umanamente peggiore ma, senza meno, tra le migliori dal punto di vista del mercato: la droga

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Cosa è la droga con i suoi effetti devastanti, se non il segno della crisi estrema, la rinuncia ad affrontare da soli con le proprie capacità la vita, un’ennesima fuga dalla realtà?

 

Pensare che per le giovani generazioni questa diventi l’alternativa unica alle altre forme di fuga, ci deve spingere a tentare di dare altre risposte diverse dalle “rigide e ferree” leggi di mercato.

 

Ecco perché, paradossalmente, riteniamo tutte le brutture che presenta la vita contemporanea dei sintomi positivi. Sono il segno del rifiuto, oserei dire del rigetto, della società, sedicente del benessere, che produce solo malessere; sono la prova tangibile che le società liberal-democratiche, incapaci di risolvere i problemi economici dei popoli, come dimostra ampiamente la crisi recente, distruggono, con il materialismo imperante,qualsiasi voglia di vivere, perché non sanno cogliere il più profondo senso della vita.

 

Il risveglio dello spirito nazionale

 

In tutto questo malessere generale, anche se in modo deviato, negativo, a volte confuso, si manifesta la tensione dell’umanità verso un mondo diverso, verso dei legami che trascendono il semplice rapporto societario o di affari proprio della società mercantile.

 

Il primo, il più significativo elemento di legame che trascende il rapporto economico, è la consapevolezza dell’esistenza di un’unità nazionale, di un qualcosa che fa essere uniti i popoli al di sopra delle differenze che caratterizzano gli uomini.

 

In effetti, anche se irrazionalmente, emerge sempre più, in vari campi e settori della vita sociale, uno spirito ed un legame per i simboli della nazione, ma anche del “campanile”, che sembravano in Italia definitivamente persi dopo la drammatica data dell’8 settembre 1943.

 

Nello sport.

 

Il settore dove è più evidente questo nuovo attaccamento è proprio lo sport: grandi folle partecipano, talvolta anche in modo violento, alle vicende della propria squadra con una passione che indica radicamento e che si esalta, superando tutti gli antagonismi del campanile, quando ci si esibisce in campo internazionale.

 

Nell’economia.

 

Stranamente il popolo italiano, mai attento alle vicende economiche, se non per i riflessi immediati e diretti sul proprio portafoglio, ha iniziato a tifare, e con passione, “Italia” quando si è parlato di classifiche, graduatorie e dequalificazioni. Certo, si è sempre in un linguaggio mutuato dallo sport, ma lo spirito di competizione ha aperto un nuovo ancoraggio per la passione nazionale.

 

Nella ricerca culturale.

 

Il campo ovviamente più interessante è quello culturale dove un nuovo attaccamento alla Nazione si manifesta, grazie anche all’azione promozionale dei mezzi di comunicazione, un po’ con l’esultanza verso ciò che di veramente importante viene portato con successo fuori dai confini nazionali, un po’ con un rinnovato interesse nei confronti di tutto quanto viene creato di nuovo in ogni ambito. Tutto questo nonostante il livello culturale della nostra società abbia raggiunto i livelli più bassi.

 

LA QUESTIONE MORALE

 

In questo quadro politico di diffuso malessere, non si può articolare una concreta proposta politica senza prima affrontare il grave problema morale che attanaglia la vita politica e civile della nostra nazione.

 

Esiste una questione morale? In cosa consiste concretamente? E’ possibile tornare ad una società corretta, pulita ma progredita?

 

La questione morale esiste ed è di portata ben più ampia di quanto si possa immaginare. Infatti i vari arresti per corruzione e concussione che si verificano ormai quotidianamente sono solo la punta di un iceberg le cui esatte dimensioni sono ancora da valutare.

 

Non si può dimenticare che ormai i capisaldi del vivere civile vengono messi in discussione in nome del dio denaro e del profitto. Il prossimo viene solo considerato e frequentato quando può essere utile magari per mollargli una “fregatura”. Non ci sono più riferimenti precisi di alcuna natura: nella scuola i docenti, tranne delle rare situazioni, per lo più mal preparati e malpagati,  non si preoccupano di formare ed educare i propri alunni, ma essenzialmente si preoccupano solo di arrivare a fine mese per lo stipendio; anche nella famiglia i genitori sono presi dal loro forte egoismo e pensano soprattutto a come guadagnare di più, dando scarsi esempi ai loro figli. D’altra parte la società tutta ha invertito i valori: oggi non conta essere onesti, corretti leali, è importante solo avere tanti soldi a prescindere da come si sono realizzati. L’importante è non farsi scoprire.

 

Il metro di misura delle differenze tra gli uomini non è certo il valore, la capacità, la professionalità, ma soltanto il censo, la ricchezza. Su questi esempi costruiamo la nuova classe dirigente della società del futuro, dove contano di più l’attricetta dal seno prorompente e dal letto facile, lo studente di scarsa cultura ma capace di “slinguazzare”, il professionista traffichino che consenta facili e rapidi guadagni, i compagni di merende, le brigate truffaldine.

 

Cosa ci aspettiamo dalla classe politica che vive e sguazza in questo clima? Non è più solo una questione di casta, anche perché le caste sono più di una e tutte ugualmente corrotte ed arroganti, è un diffuso “modus vivendi” che genera un sottile malessere in tutti , ma soprattutto nei giovani, che privi di riferimenti seri si rivolgono a ciò che offre il mercato o meglio la televisione:calciatori e letterine. Siamo insomma in una situazione drammatica: ci vorrebbe un nuovo Robespierre!!!

 

Battute a parte, sicuramente la situazione è di difficilissima soluzione, soprattutto perché tutto questo è il frutto principale del liberismo e della liberal-democrazia, l’ultimo mostro ereditato dal secolo passato e che tende a trasformarsi come unica regola per le società contemporanee: denaro, profitto e leggi di mercato, come unici parametri per regolamentare i rapporti tra gli uomini e le comunità.

 

A tutto questo si può rispondere solo con un’autentica rivoluzione culturale che ristabilisca l’esatto rapporto tra politica ed economia, tra uomo e denaro, tra valori e principi, tra stato sociale e potere, tra nazione ed internazionalismo, tra identità e mondialismo, tra lavoro e capitale, tra pari opportunità ed uguaglianza, tra partecipazione e democrazia.

 

Intanto possiamo iniziare a realizzare le riforme possibili ed a correggere, finchè siamo in tempo, le generazioni più giovani, partendo dalla scuola e dalla famiglia, capendo che la scuola deve essere pubblica, deve avere docenti preparati e capaci di formare ed educare, deve essere in grado di imporre una disciplina che derivi da un’autorità. L’autorità però non deve essere data da un titolo, ma deve essere conquistata giorno dopo giorno dalla capacità del docente: si tratta dell’autorità del sapere e della scienza.

 

La famiglia, poi, deve essere definita dalla sua funzione fondamentale che è quella della continuità della comunità, ovvero della sua capacità di mettere al mondo dei figli. Partendo da questo concetto, tutte le altre forme di aggregazione si devono considerare “altro”, che può e deve essere regolamentato, ma che non si può considerare famiglia. Portata chiarezza in questo ulteriore odierno elemento di confusione, la famiglia deve tornare a collaborare con le altre istituzioni preposte all’educazione dei loro figli, in particolare con la scuola, che non deve essere vista come un antagonista, ma come un centro di collaborazione.

 

Lo stato poi deve iniziare a porre le condizioni per consentire ai giovani di sviluppare le proprie attitudini non solo con la scuola, ma anche con le attività collaterali come lo sport, la cultura nelle sue varie forme: il tutto costruito con particolare attenzione al merito che non deve essere dettato solo dalla capacità nel settore ma anche dall’attitudine all’ordine interiore ed all’obbedienza che è sinonimo di attitudine al comando.

 

Si può iniziare da queste cose, ma per realizzarle seriamente bisogna avere una visione trascendente e quindi religiosa della vita. Solo la religiosità e quindi una percezione del sacro ci può consentire di vivere quei valori fondamentali di cui parliamo e su queste basi si può costruire una reale gerarchia fondata sul merito.

 

 

PER UNA NUOVA IDENTITA’ NAZIONALE.

 

La tesi secondo la quale il principio nazionale risulterebbe superato è propria essenzialmente dei popoli vinti che accettano la loro sconfitta. L’emergere delle grandi realtà a livello continentale ha bensì posto in termini nuovi il rapporto di forze internazionali, ma non esclude, anzi presuppone, le nazioni come soggetti politici operanti

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Le maggiori potenze sono tali, infatti, in quanto sono innanzitutto delle nazioni che, aldilà delle varie componenti etniche, hanno saputo integrarsi in un ordine politico e civile.

 

Nel dopoguerra, inoltre, contrariamente ad ogni previsione e dei vincitori e dei vinti, la lotta politica – là dove ha avuto modo di esprimersi – anche quando si è ispirata nelle sue motivazioni a temi sociali, si è sempre però sviluppata e riassunta nel principio nazionale. E’ in esso che i nuovi popoli emersi alla ribalta della storia moderna hanno rivendicato la loro dignità e la loro identità. Ciò vale, oltre ogni apparenza, anche per i popoli europei. Sconfitti o comunque messi fuori gioco nel nuovo rapporto di forze, essi hanno rinunciato a qualsiasi ruolo storico proprio nella misura in cui hanno ritenuto improponibile il principio nazionale, in nome dell’ideologia dell’ordine e della pace ad ogni costo.

 

La “forma” nazione si è confermata, dunque, come il dato costante e necessario di ogni lotta politica autentica. Anche coloro – come le sinistre tradizionali – che l’hanno negata a livello ideologico, hanno dovuto riconoscerla come punto di riferimento decisivo di ogni iniziativa di cambiamento sociale, e farla propria in ogni occasione concreta. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ne è un esempio attuale.

 

Il nuovo “discorso nazionale” deve partire dal rifiuto di considerare la nazione, ed addirittura lo Stato, come dati preesistenti alle vicende storiche ed all’impegno dei cittadini.

 

Esso dovrà invece fare riferimento al “nazionalismo della volontà”, già molte volte storicamente impersonato, per il quale la Nazione viene costruita dai cittadini che credono in essa come soggetto di storia e come portatrice di una missione di civiltà.

 

Nella situazione attuale, mentre il “vecchio” discorso nazionale, ancorato alla destra, si è ridotto sul piano politico alla più convinta asserzione dell’Atlantismo, è evidente che soltanto una rigenerazione del tessuto sociale, con l’immissione ai vertici del potere delle forze che – sia pure istintivamente – chiedono la partecipazione, ( e con lo smantellamento delle strutture capitalistiche e lobbistiche che di fatto detengono il potere), potrà creare i presupposti di un nuovo ordine nazionale.

 

Pertanto il principio nazionale può essere definito come “la rivendicazione, da parte della società italiana, del diritto a riconoscersi come comunità nazionale, con una propria identità civile, politica e storica e, su tale presupposto, a svolgere – nel quadro geopolitico – una missione di civiltà: una comunità di destino, avanguardia mondiale del diritto dei popoli.

 

Tutte le testimonianze umane, sociali, civili e politiche dei cittadini appartengono alla storia necessariamente unitaria della comunità.

 

Ne deriva che, anche e soprattutto quando la vita della comunità si trova ad essere dispersa ed oggetto di suggestioni antinazionali, chi si batte per la riconquista – in termini civili e politici – dell’unità di tutta la comunità, deve interpretare la sua storia anche nelle sue componenti “eretiche” e nelle sue ore di smarrimento.

 

Ne consegue, pertanto, che chi crede nei valori permanenti della comunità, non potrà individuare nei propri concittadini dei nemici al di fuori delle frontiere civili, ma soltanto degli avversari da recuperare ad un superiore ordinamento civile che tutti interpreti e rappresenti.

 

Da queste considerazioni nasce una nuova identità nazionale che parte dal territorio per giungere all’impegno civile e sociale.

 

Il territorio è l’elemento di partenza nel quale riconoscersi: il campanile, la voglia di difendere la terra dove lavoro, dove hanno sudato e sono morti i miei cari, i miei amici, i miei vicini. Se tutto questo non vuole essere un vuoto formalismo, deve inevitabilmente coinvolgere i nostri sentimenti, la nostra passione. Cos’è la passione per i genitori, se non attaccamento alla propria terra? Come si manifesta l’attaccamento alla propria terra, se non attraverso l’impegno civile? Qual è la forma più alta di impegno civile, se non l’impegno sociale? Ed ecco che torna naturale un nuovo e più profondo concetto di nazione: ovvero un popolo legato al proprio campanile attraverso un rinnovato impegno civile e sociale.

 

In questo rinnovato spirito nazionale ha un senso parlare di federalismo. Infatti la nazione Italia diventa il crogiuolo unitario dei differenti territori resi omogenei sul piano della cultura, della storia e della volontà. Territori omogenei che vanno ridisegnati proprio in considerazione di questi presupposti per rendere così reale l’unità nazionale e sottrarre il concetto di federalismo alle lobbies di potere che puntano all’indebolimento della passione nazionale per meglio svolgere i loro “giochi” economici sulla pelle dei popoli.

 

Questa visione della Nazione deve, per ragioni geopolitiche, necessariamente sfociare in una grande Nazione Europa, costruita su base politica.

 

IL RUOLO DELL’EUROPA

 

Quella che oggi viene definita, in modo molto improprio, Europa cerca di rafforzare e difendere le proprie quote di mercato dalla pressione delle potenze economiche del Pacifico e delle economie emergenti d’Asia. Questo sforzo sarà pressoché inutile se non si riuscirà a cucire una reale integrazione politica europea, cui, non a caso, si oppongono gli interessi dei paesi economicamente più forti e quelli del capitale finanziario internazionale.

 

I paesi europei, sedicenti industrializzati, sono ben distanti dallo sviluppo tecnologico nord americano, giapponese e, tra breve, cinese ed indiano. Senza dubbio, la spietata concorrenza tra le varie Nazioni europee e il controllo delle scelte economiche e militari europee da parte degli USA e delle centrali finanziarie mondiali, rendono difficile, se non impossibile, il superamento di questo “gap”.

 

Il nostro obiettivo è quello di una nuova Europa integrata e capace di recuperare una propria personalità sullo scenario mondiale. Un’Europa che, dopo il crollo dell’impero sovietico, doveva volgere lo sguardo all’Europa dell’Est abbandonando ogni forma di americanismo. La definizione di Occidente, ingannevole e di molteplici interpretazioni, deve essere soppiantata dal concetto di Europa una ed indivisibile, sintesi di una grande concezione storica e culturale.

 

Alle nazioni, risvegliatesi dall’illusione del capitalismo di stato, andava offerto un progetto alternativo concreto, per evitare ogni tentazione di imitare l’attuale formula del capitalismo finanziario mondiale. Siamo ancora in tempo a recuperare!

 

Questo progetto cozza contro gli interessi dei gruppi economici internazionali, tesi al raggiungimento e mantenimento del controllo totale del mercato, anche se dovessero pregiudicare il destino europeo e mondiale. L’attuale crisi dei sistemi finanziari internazionali sta facendo tornare tutto in discussione e, quindi, sta creando una nuova opportunità di rinascita europea.

 

L’Europa delle etnie.

 

Una via per isolare i gruppi di potere è quella di un ritorno alla micro comunità etnica che, basata sul principio dell’autogestione economica ed amministrativa, trovi la propria collocazione finalistica nella macrocomunità europea, compattata intorno ad un futuro politico ed economico comune. Attualmente, da destra e da sinistra, tutte le forme di federalismo proposte nascondono lo stesso interesse:quello di camuffare con un europeismo formale una sostanziale difesa degli interessi particolari di ciascuno stato, riconducibili tutti alle lobbies del potere internazionale.

 

L’Europa di domani, quella vera, può essere solo un’Europa politicamente integrata, rappresentata da uno Stato confederato con attribuzioni precise di potestà e competenza, tanto nel campo normativo che in quello esecutivo, soprattutto per quanto riguarda la difesa, il commercio estero, la moneta internazionale, ecc. Gli attuali Stati, insomma, dovranno svuotarsi dei loro particolari egoismi, a favore di uno Stato europeo decentrato amministrativamente in zone autogestite.

 

Non basta una politica monetaria comune, come capita oggi; è indispensabile delineare un destino politico comune per tutte le genti del continente. Ciò non sarà possibile se non si penserà agli strumenti essenziali per una difesa comune e disancorata dagli interessi d’oltreoceano. Fra questi, la costituzione di un esercito volontario europeo, tecnicamente attrezzato, professionale e con gerarchie uniche.

 

Molti ostacoli si interporranno a questo progetto; tra questi è già in atto il tentativo di identificare l’etnia con una specie di ritorno all’intolleranza tribale: sovrapponendo un’immagine negativa al principio di diversità proprio del microcosmo etnico. Sono i portatori del nuovo ordine mondiale, associati alle filosofie universaliste delle varie logge massoniche, a vedere nelle risorgenti etnie un ostacolo all’omologazione della specificità dei popoli. La guerra delle parole tenta di imporre l’identità tra mondialismo e tolleranza, mentre bolla le comunità etniche di intolleranza e illiberalità. In realtà l’intolleranza è propria di quanti, ad Est come ad Ovest, si oppongono alle richieste di autodeterminazione.

 

Il nostro progetto europeo presuppone l’uscita dalla NATO e da qualsiasi altro accordo che limiti la piena sovranità del continente, per proiettare la nostra attenzione nel Mediterraneo, stringendo legami con quelle Nazioni che vedono nell’unità europea una possibilità per il loro sviluppo tecnologico e produttivo. Una prospettiva di leale interdipendenza che condurrà ad un proficuo ed utile scambio tra le due parti.

 

In questo progetto Eurasia-Eurafrica, l’Italia, per la sua collocazione geopolitica, ha un ruolo essenziale e trainante da svolgere: “l’Italia è il ponte tra i popoli su cui incontrarsi nell’alleanza tra gli oppressi contro gli sfruttatori della Terra”.

 

 

LO STATO SOCIALE

 

In un rinnovato senso di appartenenza nazionale è possibile tornare a parlare di stato sociale.

 

Preliminarmente è necessario chiarire cosa è lo stato sociale: sicuramente non è lo stato assistenziale, utile solo a creare dipendenze economiche e clientele, né è lo stato che cerca di appiattire le differenze tra gli uomini come condizione finale dell’agire politico. Lo stato sociale è quello che crea le pari opportunità per tutti, mettendo tutti i cittadini in condizione di competere in modo paritario a prescindere dalla condizione sociale, dalla razza, dal sesso, dal censo e dai convincimenti politici e religiosi. Pertanto pone la condizione iniziale di parità del punto di partenza.

 

Solo le capacità individuali nei singoli settori della vita civile possono rappresentare il discrimine meritocratico tra i cittadini. La selezione viene così determinata dalle capacità individuali, dall’impegno e dalla volontà di sacrificio.

 

E’ chiaro che tutto questo rappresenta un utopistico punto di arrivo, ma è la naturale linea di tendenza lungo la quale muoversi. Pertanto la volontà di costruire lo stato sociale ci porta ad alcune inevitabili conseguenze che stridono notevolmente con la logica liberista: la scuola deve essere pubblica, la sanità deve essere pubblica, l’acqua ed i generi indispensabili per la vita di tutti, compresi i servizi di interesse strategico nazionale, non possono essere privatizzati

 

In questa fase di iperliberismo sfrenato è necessario tornare gradualmente allo stato sociale, cercando i giusti compromessi che, da una parte, non mettano in crisi la già carente economia nazionale, dall’altra, inizino a limitare le deviazioni verso il privato e pongano le premesse per il ripristino dei diritti e dei doveri collettivi.

 

Dobbiamo comunque rilevare che la convinzione che il privato amministri meglio del pubblico, è stata costruita ad arte con una serie di impedimenti per gli amministratori pubblici che hanno resa precaria e farraginosa l’amministrazione stessa. Tutto questo per creare clientelismo e per deprezzare il bene pubblico al momento della vendita ai privati.

 

 

 

 

Il Lavoro

 

In questo contesto assume valenza fondamentale una nuova e diversa concezione del Lavoro. Per il liberismo il lavoro è soltanto un costo di produzione e, per le leggi di mercato, i costi vanno tagliati. In tale mostruosa concezione dei rapporti umani la fa da padrone il profitto economico individuale, senza tenere in alcuna considerazione il profitto sociale: ovvero tutta l’utilità che deriva per la comunità da un corretto rapporto sociale. Si deve restituire al lavoro tutta la sua valenza sociale perché nel lavoro c’è la dignità di un uomo, la crescita delle famiglie, lo sviluppo della comunità, l’affermazione della Nazione come momento storico, politico e culturale.

 

Quando si parla di correggere il rapporto tra politica ed economia, si vuole solo indicare che l’uomo non può essere valutato solo per quello che possiede in termini materiali, come accade oggi dove chi più ha più conta, a prescindere da come si è procurato ciò che ha; l’uomo deve essere considerato per le sue qualità etiche e comportamentali, per il suo modo di porsi rispetto agli altri, ma soprattutto per il suo senso di responsabilità verso la comunità.

 

Dire, come si dice oggi, che la politica non esiste più vuol dire rinunciare a tutto questo e ricondurre i rapporti tra gli uomini a quelli che furono nell’Ottocento, sfruttamento, schiavismo e mancanza di vera libertà. Il tutto aggravato dall’enorme condizionamento mediatico.

 

Uscire dalla concezione liberista del lavoro per giungere ad una sua valutazione sociale, anche dal punto di vista strettamente economico, è il primo obiettivo dell’azione politica. Questa dottrina che ha grandi riferimenti culturali è anche l’anima della dottrina sociale della Chiesa e trova grandi sostegni in alcune recenti encicliche papali.

 

E’ compito della politica ristabilire l’esatto rapporto tra la forza lavoro ed il capitale; davanti a chi detiene le risorse si può opporre solo la “resistenza” di chi detiene la forza del numero, e i politici, che dovrebbero essere espressione di chi li ha sostenuti, invece sono diventati espressione di lobbies economiche totalmente disancorati dai propri elettori; sancendo così la morte della politica ed il trionfo dell’economia.

 

I GIOVANI.

 

Una valutazione a parte merita la grave crisi del mondo giovanile.

 

Abbiamo visto in più punti che i sintomi più gravi della crisi della società si manifestano proprio nelle generazioni più giovani, che, prive di riferimenti e di stimoli, sembra abbiano rinunciato alla propria autonomia ed alla grande forza di sognare realtà e mondi diversi, che dovrebbe essere la principale loro caratteristica.

 

Un giovane che non sogna invecchia subito, un giovane che non ha grandi aspirazioni, talvolta anche infantili, perde la spinta per conquistare il futuro; una nazione senza giovani è destinata a morire.

 

Per questo quello dei giovani è un problema grave, gravissimo da affrontare in modo deciso ed immediatamente.

 

Nelle scuole, sui posti di lavoro, sia impiegatizi che liberi, i nostri ragazzi manifestano, salve le eccezioni, poca voglia di impegno, minor senso di responsabilità, nessuna attitudine al sacrificio; in questo sono complici la famiglia e la società.

 

Al contrario, una gran massa di studenti e ragazzi immigrati, spinti dalla fame e dal bisogno, si impegna al di sopra delle proprie responsabilità e inizia a primeggiare nelle scuole e sui posti di lavoro nei confronti dell’abulia dei nostri giovani. Se a questo aggiungiamo che alcune fasce di immigrazione sono al centro dello spaccio delle varie droghe che annientano ancor più la volontà di azione dei nostri giovani, ci rendiamo conto di quale sarà la classe dirigente del futuro e di quali prospettive ci sono per l’Italia.

 

Bisogna urgentemente correre ai ripari. E’ un problema strettamente connesso alla questione morale: in quella sede abbiamo prospettato una serie di proposte per venirne fuori.

 

LA POLITICA

 

Cosa è la politica? Quando un atto, un’azione può definirsi politico?

 

Nel “vocabolario” della mia formazione giovanile la politica veniva definita così: “Proiezione temporale di valori che trovano, in una grande forza di speranza collettiva, la tecnica capace di forgiare il Destino delle società umane. Ha la priorità rispetto all’economia che da essa dipende.”

 

Questa definizione nasce dalla considerazione che “la politica è l’arte ed il metodo di assicurare la pace, la prosperità e la continuità dei Valori naturali delle società umane.” In questo quadro non vi è spazio per lobbies e conventicole o interessi particolari e personali. Per tali ragioni oggi non esistono più i politici ma solo una “genia”, più o meno scaltra, di servitori di interessi altri che non hanno alcun altro obiettivo che non sia riferito al proprio arricchimento personale a prescindere dalla crescita comunitaria.

 

La Politica, al contrario, deve avere un solo obiettivo: la conquista del potere; e, spesso, questo obiettivo, soprattutto oggi, non coincide con la conquista del Governo. Anzi, spesso, i detentori del potere lasciano conquistare il Governo a persone che sono completamente al loro servizio, in modo da allontanare se stessi dal pericolo di diventare i reali obiettivi dell’azione politica, riducendo una qualsiasi azione che dovrebbe essere politica a pura e semplice amministrazione.

 

Anche il potere non va considerato come fine, ma solo come il mezzo per instaurare un Nuovo Ordine. Da qui discende che un’azione politica è sì la marcia verso l’obiettivo ma è anche la definizione dei principi.

 

La strategia.

 

Una volta definito l’obiettivo è importante stabilire la strada maestra su cui muoversi per raggiungerlo. Questa strada si chiama strategia.

 

Infatti recita sempre il “vocabolario” citato:”La strategia è l’arte di indirizzare un movimento alla conquista di obiettivi politici prestabiliti.”

 

Dall’analisi esposta precedentemente nasce spontanea la definizione di un percorso politico: rendersi interpreti del profondo malessere che serpeggia nel Mondo e, in particolare, in Italia.

 

Malessere che non è solo il frutto della profonda crisi economica che, anzi tende solo a coprire le reali cause della crisi, ma è soprattutto frutto dei non valori messi al centro della vita, ormai senza scopi, se non materiali, della supremazia del materialismo edonistico e dell’economia, della mancanza di pulsioni ideali e della profonda insoddisfazione per mancanza di obiettivi alti.

 

Questo malessere, per lo meno in Italia, si percepisce sempre più nelle nuove generazioni alle quali abbiamo tolto la voglia di sognare, di lottare e soprattutto di competere. Un giovane che non abbia voglia di cambiare il mondo ha perso la sua spinta vitale, è invecchiato precocemente, non potrà diventare mai un futuro quadro dirigente.

 

La tattica

 

Nel quadro del percorso strategico delineato bisogna individuare le tappe intermedie che ci avvicinino all’obiettivo. Ogni fase di questo percorso che ha propri obiettivi politici ben definiti rappresenta una scelta tattica. La tattica può anche variare, oltre che nel tempo, anche da luogo a luogo purchè tutte le scelte siano tutte funzionali alla strategia generale.

Il fiorire di iniziative politiche tutte riferibili alla nostra prospettazione strategica ma prive della necessaria finalizzazione politica rendono evidente quale debba essere il nostro primo obiettivo tattico: la creazione del partito di riferimento.

 

E’ evidente che La Destra può diventare lo strumento adatto allo scopo solo che si renda interprete da una parte del malessere generale esistente nella nazione, dall’altra si proponga come collettore di tutte le istanze di rinnovamento e cambiamento in chiave etica, sociale ed identitaria..

 

 

 

LO SPAZIO POLITICO

 

Dagli elementi sviluppati fino a questo momento emerge a colpo d’occhio l’enorme spazio politico lasciato libero. Infatti non vi è forza politica che sia alternativa al sistema liberal-democratico. Quelle che falsamente si presentano come tali – vedi i rottami del comunismo – sono in effetti, come abbiamo già visto, sostenitrici del sistema capitalista, anche se di un capitalismo di stato. Questo sistema ha, come abbiamo visto, consentito la concentrazione del potere nelle mani di una piccola oligarchia finanziaria mondiale attraverso l’indebitamento degli stati e, per sua stessa natura, è incapace di risolvere le drammatiche situazioni debitorie create dalla società dei consumi. Per tale motivo, l’unico mezzo per la sopravvivenza di questa forma di potere è l’eliminazione di qualsiasi forma di opposizione reale. Pertanto, se lo spazio politico esistente è enorme, diverso è il problema relativo alla possibilità di occupazione dello stesso.

 

Area di opposizione

 

.E’ evidente che le considerazioni in premessa ci portano ad identificare lo spazio politico da occupare in una vasta area di opposizione globale alla liberal-democrazia in tutte le sue componenti. Oggi, il nuovo sistema elettorale in Italia consente la possibilità di alternanza tra i liberal-democratici di destra (attualmente al governo) ed i liberal-democratici di sinistra che svolgono un ruolo di sedicente opposizione nell’ambito dello scontro tutto interno al capitalismo di cui abbiamo già parlato.

 

In questo gioco delle parti nessuno si pone il problema del popolo da governare, ma solo quello di risolvere i guai economici all’interno delle regole di mercato che, per definizione, rendono irrisolvibile tale problema. Infatti tali regole possono essere considerate assolute solo se ci si rende conto che a determinarle sono esclusivamente i controllori delle risorse e delle ricchezze le quali, per essere concentrate in poche mani, permettono a questi di incidere sui mercati nei modi voluti, impedendo così ai popoli una libera vita di comunità,come l’andamento della “borsa” in questi giorni dimostra.

 

In questa area di opposizione si pongono tutte le zone di malessere che, paradossalmente, abbiamo indicato come “sintomi positivi” in una precedente sezione di questo scritto.

 

Cultura di opposizione

 

Se è vero che questa area è molto vasta, è altrettanto vero che, soprattutto in Italia, manca una vera cultura dell’opposizione. Probabilmente ciò è dovuto, da una parte, alla ideologicizzazione dello scontro, negli anni passati, che ha snaturato le energie oppositorie nello sterile confronto “fascismo-antifascismo”; dall’altra, all’incompleta formazione di una coscienza civica capace di far comprendere la necessità di un destino comune e soprattutto di un’autotutela dei propri diritti.

 

Se poi consideriamo che in Italia per decenni è esistito un forte partito comunista,che ha fatto passare per opposizione il tentativo di modificare i rapporti economici all’interno di una società sempre nel rispetto delle regole del mercato, ci rendiamo conto di quanto la sedicente opposizione fosse al servizio del capitalismo internazionale.

 

Oggi, pertanto, a maggior ragione diventa indispensabile creare una cultura di opposizione globale capace di proporre soluzioni alternative che possano effettivamente affrancare l’Italia prima e l’Europa poi dal vincolo dello strozzinaggio delle banche internazionali che attraverso l’indebitamento ed i conseguenti alti interessi per la restituzione sono diventate le vere padrone a casa nostra.

 

Tutto questo vogliamo proporlo alla gente qualunque sia stato il suo passato politico perché possa insieme a noi ricostruire la propria dignità di nazione autonoma.

 

Quindi cultura di opposizione che abbracci tutte le fasce anticapitaliste e sappia realizzare una reale contrapposizione culturale. C’è in Italia una fiorente letteratura metapolitica che propone soluzioni politiche nuove, diverse, originali. Però nessuno è capace di trasferire questa elaborazione in impegno civile per trasformare in concreto ciò in cui si crede.

 

Verso l’obiettivo

 

La principale difficoltà nel tratteggiare un manifesto di riforme consiste proprio nel condizionamento psicologico che deriva dal contrasto tra utopia rivoluzionaria ed intervento sul presente. Questo dilemma, rivoluzione-riformismo, determina un inevitabile immobilismo ed un’assenza sostanziale dalla dialettica politica che si sviluppa nell’immediato. Dobbiamo saper distinguere i due aspetti del problema, cominciando a porci nella condizione di affrontare tatticamente la riforma in modo che non contrasti con lo scopo strategico.

 

L’importante è che tutto ciò che proporremo sia in linea con i nostri obiettivi e risponda ai nostri principi base: il rispetto della centralità dell’Uomo creatore, la riaffermazione della libertà personale nel contesto equilibrato delle libertà comunitarie, la supremazia della politica sull’economia, la giustizia nella differenza, il rispetto della diversità nell’unità di Destino, l’Autorità come servizio e non come privilegio, la Solidarietà come cemento della Comunità. Da questi valori devono irradiare linee differenziate, ma non contrastanti, di una nuova progettualità politica.

 

La crisi del sistema politico si è manifestata in Italia in modo repentino e si è cercato di risolverla semplificando il quadro politico, dapprima, attraverso il bipolarismo, dopo, attraverso il bipartitismo, tentando con l’inganno dell’alternanza di eliminare le opposizioni. Ecco perché il nostro compito principale diventa quello di costruire un’alternativa reale alla liberal-democrazia, tenendo presente che i nostri interlocutori in questo momento sono inseriti confusamente all’interno dei due poli. D’altra parte il crescere di formazioni terze, quali la Lega, l’Italia dei Valori, l’UDC, mal amalgamate con i soggetti principali (Pdl e PD), ci documenta in modo palese, assieme al forte sviluppo dell’astensionismo elettorale, che il bipartitismo è fallito e che esiste una insoddisfazione dell’elettorato ad essere ingabbiato nel bipolarismo ed una forte carenza di rappresentatività in questa formula di partecipazione.

 

Questa constatazione unitamente al grande flusso migratorio di voti da un partito all’altro ci fa intuire l’importanza del momento politico che stiamo vivendo. La evidente crisi di rappresentatività del sistema politico potrà essere superata soltanto quando lo Stato saprà riassumere la funzione di sintesi di tutte le sue componenti. Nessun settore intende più sentirsi escluso. La partecipazione non può più essere limitata alle periodiche consultazioni elettorali, ma richiede organismi istituzionali che la rendano effettiva. I cittadini non si accontentano più di essere trattati come automi, ma vogliono essere inseriti in strutture attraverso le quali salvaguardare direttamente la propria sfera di interessi, materiali ed esistenziali. Partendo da questa valutazione possiamo iniziare a delineare le riforme per costruire una Comunità, come l’abbiamo sempre sognata.

 

La Repubblica Presidenziale.

 

Il Presidente di tutti gli Italiani deve essere eletto dal popolo ed oltre la funzione di garanzia istituzionale dell’unità e dell’identità nazionale deve avere la possibilità di intervenire nei conflitti tra i poteri dello Stato e tra le sue componenti.

 

Le Camere

 

Le Camere devono essere due ed entrambe elettive. La prima deve essere espressione dei territori, attraverso collegi territoriali uninominali, dove le candidature non devono essere espressione di partiti politici, ma di un congruo numero di elettori del territorio. La seconda deve essere una Camera delle funzioni dove vengono rappresentati i cittadini a secondo delle funzioni che svolgono, sia nella vita lavorativa che nella vita sociale. In questo caso hanno una funzione importante sia i sindacati, che devono essere riconosciuti e riformati, secondo il dettato costituzionale, sia le associazioni, che devono essere iscritte in appositi albi, sia i partiti politici.

 

 

 

Lo Stato Federale

 

In una siffatta impostazione dello Stato è possibile parlare di Stato Federale, composto di Regioni con maggiori poteri in modo da ridurre la burocrazia statale e da rendere la vita politica più partecipata. Però le regioni vanno ridisegnate secondo valutazioni di natura storica, di omogeneità culturale e di peculiarità territoriale. Il Consiglio regionale deve essere composto come la Camera delle Funzioni con in più i rappresentanti dei sindaci.

 

LA PARTECIPAZIONE.

 

E’ chiaro che in questo quadro di riforme istituzionali l’elemento principale di riforma è quello che individui le formule per interpretare in modo più schietto la partecipazione dei cittadini alla vita politica ed amministrativa della società.

 

Questo va ravvisato in un organico concetto di associazione: associazioni territoriali, associazioni di settore e categoria, associazioni che affrontino i vari aspetti della vita sociale da quello sportivo, a quello culturale, da quello politico a quello ambientale, da quello commerciale a quello formativo e via di questo passo. Il tutto caratterizzato dall’elemento del volontariato.

 

Il volontariato.

 

Infatti per noi il volontariato ha un senso se è collegato ad un concreto impegno politico e sociale, altrimenti diventa un mero sostituirsi allo stato che non è in grado di assolvere alle proprie funzioni. Uno stato di questo genere non ha alcun diritto di esistere perché è la negazione di se stesso.

 

Il riflusso delle più valide energie dei nostri giovani nel volontariato è il segno più evidente della resa senza condizioni nei confronti di tutte quelle forze che hanno generato il malessere di cui parliamo. Queste energie devono tornare all’impegno civile e politico per poi fare di questi sforzi nel volontariato l’ asse portante del nuovo stato che dobbiamo andare a disegnare e costruire.

 

Ovviamente, le associazioni di cui parliamo devono avere un riconoscimento ufficiale che possa far esprimere esponenti da eleggere secondo lo schema della seconda Camera di cui sopra. E’ chiaro che in questo contesto hanno una funzione anche i partiti che esprimono la componente più politica della società. Questi partiti, però, al contrario di oggi, come tutte le altre associazioni, devono essere forniti del riconoscimento e devono esprimere solo una parte degli eletti, nella seconda camera.

 

LA QUESTIONE MERIDIONALE.

 

Si fa un gran parlare in questi giorni di regioni virtuose e di regioni scialacquone, fingendo di dimenticare come si siano verificate tali condizioni. Non ci si ricorda dei sussidi cospicui in tutti i settori, ma in particolare nell’agricoltura e nell’allevamento, che in alcune regioni del Nord si sono elargiti a piene mani per costruire e tutelare i grossi serbatoi di voti democristiani e socialisti prima, leghisti dopo; si dimenticano i forti sussidi statali alle grandi fabbriche del nord; si finge di non sapere che della cassa integrazione ha usufruito soprattutto l’industria del nord a spese di tutti gli Italiani; viene ignorato il saccheggio sistematico delle risorse della vecchia Cassa per il Mezzogiorno da parte di industrie del nord che fingevano di spostarsi al sud per ottenere lauti finanziamenti a fondo perduto per poi lasciare deserti e macerie.

 

Sicuramente tutto questo si è svolto con la complicità dei politici del sud che negli anni hanno preferito un tornaconto personale allo sviluppo del proprio territorio.

 

Tenere i propri concittadini in stato di bisogno e di sudditanza rende più facile al momento del voto ottenere i consensi, perché il voto si compera ed a basso costo. In questo modo si è piegato l’orgoglioso ed alacre carattere delle genti meridionali, il cui unico momento di riscatto e di ribellione rimane mettersi nelle mani della malavita organizzata che da una parte risolve il problema economico, da un’altra sembra essere un contropotere ma soprattutto è la più aberrante forma di schiavismo e prostituzione degli uomini e delle loro anime.

 

Il problema specifico del Sud Italia, oltre a tutti i problemi nazionali, è proprio la sua classe politica che deve essere radicalmente mutata, non solo come uomini, ma soprattutto come approccio alla politica ed alla tutele del territorio. Restituire alle popolazioni la consapevolezza del loro ruolo, che già emerge nelle frange giovanili, può diventare la molla del riscatto sociale perché il Meridione torni a reclamare la compensazione di tutti i saccheggi perpetrati ai suoi danni dall’unità d’Italia ad oggi.

 

Riconoscere questa grande verità è un ulteriore passo verso il rafforzamento del sentimento unitario nazionale in vista dell’integrazione politica europea.

 

LA QUESTIONE SETTENTRIONALE.

 

E’ chiaro che oggi accanto alla questione meridionale va considerata una concreta, ma diversa questione settentrionale: come recuperare a un sentimento nazionale un Nord a forte impronta leghista? Esiste questa possibilità di recupero e come può essere realizzata?

 

La pessima immagine, che ha dato di sé la classe politica nostrana e soprattutto quella del Sud, ha creato una poco veritiera concezione delle cause del divario tra Nord e Sud; il fatto stesso che buona parte degli aderenti alla Lega siano meridionali trasferitisi nelle regioni settentrionali la dice lunga su come si sia creata una distorsione delle valutazioni.

 

La secessione del Nord viene alimentata dalla errata considerazione che, senza il “fardello” meridionale, la Lombardia, il Veneto ed il Piemonte sarebbero più ricche e meno oberate di tasse. Non viene valutata l’ovvia realtà che il Nord, senza il Sud, diventerebbe il sud dell’Europa, mentre un vero rilancio di tutta l’Italia si avrebbe se la penisola tutta, politicamente solidamente unita, diventasse il ponte di dialogo politico ed economico con le nazioni dell’altra sponda.

 

Se poi valutiamo che la propensione dei settentrionali verso convincimenti astorici, ma che presuppongono un radicamento territoriale, è separatista solo per errati calcoli di natura economica, ci rendiamo conto che esiste un sentimento nazionale unitario che può essere recuperato. Questo può accadere ristabilendo la verità storica e recuperando lo spirito di appartenenza secondo quanto da noi enunciato in precedenza.

 

In questo quadro è chiaro che dobbiamo, attraverso le nuove percezioni, completare l’opera di nazionalizzazione delle masse, per far sì che le nuove forme di partecipazione non diventino espressione di egoismi corporativi.

 

 

 

 

FACCIAMO CHIAREZZA

 

 

Non dobbiamo e non vogliamo nasconderci dietro un dito, ma dobbiamo per chiarezza dire tutta intera la verità e dirla nei suoi reali connotati.

 

Noi rivendichiamo tutta e intera la nostra storia e tutto il nostro patrimonio culturale. Proprio per questo non possiamo e non vogliamo recidere alcuna parte del nostro cammino nella recente storia d’Italia.

 

I nostri riferimenti sono l’attualismo di Giovanni Gentile, la visione di nazione e di Europa in Dante Alighieri, la difesa dei Valori di Julius Evola, l’antidogmatismo di Ugo Spirito, la concezione del lavoro di Filippo Corridoni, la valorizzazione del lavoro e la critica al liberalismo di Pierre Joseph Proudhon, la concezione della socialità nello stato di Beppe Niccolai, la visione dinamica ed universale della politica di Berto Ricci, la interpretazione della Repubblica e dell’Europa in Giuseppe Mazzini, la geopolitica di Carlo Terracciano, il pragmatismo trascendentale di Adriano Tilgher, lo stile ed il comportamento in Niccolò Giani.

 

Riferimenti forti e significativi che ci portano ad affrontare in modo chiarificatore il nostro rapporto con il Fascismo.

 

Il Fascismo è un fenomeno troppo complesso per essere valutato o definito in modo breve. Per indispensabile chiarezza, su questo termine tanto “manomesso”, secondo noi il Fascismo prima di essere fatto politico, è uno stile di vita, che si può riconoscere in chi cerca di realizzare i Valori fondamentali dell’Uomo: coraggio, lealtà, onestà in uno spirito di solidarietà. Tutti coloro che, nella loro vita, cercano di realizzare tali Valori possono, a buon diritto, definirsi Fascisti. 

 

In politica

 Il Fascismo politico è, come ovvio, figlio del suo tempo e nasce come sintesi di due grandi fenomeni che furono il nazionalismo interventista ed il sindacalismo rivoluzionario. Attraverso questa sintesi la grande personalità di Benito Mussolini riuscì a far convivere uomini e idee tra loro apparentemente inconciliabili: il decadentismo di D’Annunzio con il futurismo di Martinetti, i monarchici reazionari, come De Vecchi, con gli anarchici individualisti, come Gioda, gli agrari come Caradonna con il sindacalismo rivoluzionario di Luigi Razza, e via di questo passo.

 

Quali furono gli elementi caratteristici sul piano politico? Sicuramente un’attenzione particolare verso la parte più debole del popolo e verso la costruzione di uno stato sociale che si manifestò sia attraverso gli interventi concreti (bonifiche, acquedotti, magistratura del lavoro, inps, onmi, ecc), sia attraverso le riforme istituzionali (corporativismo durante il regime, socializzazione nella RSI). L’atteggiamento prevalente, comunque, come descritto nella Dottrina del Fascismo, fu di pragmatismo attivistico, di slancio verso il futuro e di apertura ai giovani.

 

Fu un fenomeno di destra o di sinistra? Proprio per le sue caratteristiche e per i compromessi cui fu costretto nella prima fase, lo si può collocare solo al disopra di tali definizioni; infatti furono centrali della sua azione un principio caro alla destra, l’amore per la Patria, ed un principio caro alla sinistra, il Lavoro come fatto nobilitante. Non è un caso che aderirono al primo fascismo uomini come De Vecchi e De Bono e uomini come Panunzio e Razza, né che fecero parte del regime personalità come Gentile e Starace e uomini come Berto Ricci e Niccolò Giani, né che la RSI vide l’adesione del Generale Graziani e del Comandante Borghese, ma anche di Pavolini e Bombacci. 

 

Alcune considerazioni a parte merita il neofascismo. Il cosiddetto neofascismo poco ha preservato dell’identità fascista. Infatti la maggior parte di coloro che si dicono eredi di quell’idea ha sminuito il Fascismo nel mero fatto politico assumendo stili degenerati e comportamenti scorretti propri della società in cui viviamo. Ma anche sul piano politico o ci si è schierati sul fronte del liberismo o si è scaduti nel formalismo ripiegato su se stesso e comunque ci si è nella maggior parte dei casi confusi con la destra politica arrivando ai risultati ben visibili oggi. Da una parte, alcuni neo-fascisti si sono definiti post-fascisti (frase che non significa nulla se non, per dirla con Enzo Erra, i fascisti alla ricerca del posto) e sono passati al servizio dei poteri forti illudendosi, con l’occupazione di poltrone anche di governo, di essere al potere; da un’altra, altri neo-fascisti si sono sforzati di immedesimare tutto ciò che di negativo la propaganda avversaria aveva inventato sulle spalle del fascismo per cui razzisti, spacciatori, criminali di ogni sorta e specie, violenti gratuiti ed altro ciarpame del genere hanno iniziato a riconoscersi sotto insegne che con loro non avevano nulla a che spartire. Quelli, numerosi, che potevano rappresentare la continuità di quella grande idea, che non sono mai stati neo-fascisti ma che potevano essere annoverati tra i Fascisti, non sono stati capaci,di camminare al passo con i tempi, rimanendo ancorati per lo più ad un linguaggio ed a una simbologia per iniziati, incapaci di aggregare, se non piccole comunità, e quindi improponibili sul piano politico.

 

Oggi noi vogliamo cercare di realizzare , in continuità con il nostro passato, lo stile di vita per tornare ad abituarci a vivere secondo i valori fondamentali dell’uomo. In questo quadro tutto etico intendiamo portare le nostre proposte politiche tese alla realizzazione dello stato sociale in un’Italia identitaria federata in un’Europa unita con slancio verso il futuro, aprendo ai giovani e servendoci, nell’azione, di un indispensabile pragmatismo.

 

Assieme a queste linee di rotta, dobbiamo sentire la responsabilità piena del patrimonio ideale che abbiamo delineato in questo documento e dobbiamo adoperarci perché queste idee possano essere prima conosciute e poi condivise. Pertanto dobbiamo avere l’intelligenza di cogliere le occasioni che la realtà politica ci offre, senza nulla togliere alla nostra dottrina di base.

 

Per questo dobbiamo considerare possibili le alleanze purché veniamo considerati per quello che siamo, senza abiure e senza infingimenti, con la nostra storia ed i nostri percorsi personali, fondamentali per ricreare un autentico spirito di unità nazionale, e purché tutto si svolga in condizione di pari dignità e rispetto, come si usa fare con tutti coloro con cui si fa un pezzo di strada insieme.

 

 

 

 

 

MOZIONE

 

Diventa evidente, in questo contesto, l’enormità dello spazio politico da occupare e le difficoltà che emergono, sia per la diffidenza della gente nei confronti di ciò che in questi anni è stato propinato come politica, sia per le leggi elettorali ad arte costruite per contrastare ogni possibilità di opposizione concreta, sia per il disorientamento che la toponomastica partitica ha subdolamente costruito.

 

Noi che ci vantiamo di essere gli eredi di una grande concezione politica e di una dottrina che ha costituito una vera e propria scuola di vita, abbiamo sempre creduto nell’esistenza di una massa di Italiani che credono nell’idea di Nazione, che auspicano il ritorno di una vita che persegua i valori fondamentali dell’Uomo, che cercano nell’etica, nel sociale e in una nuova e diversa concezione del lavoro, gli elementi base di una rinascita nazionale. Questa opinione avrebbe dovuto rappresentare lo zoccolo duro della nostra forma partito.

 

Tutto questo non è!

 

Nei vari test elettorali che si sono succeduti La Destra non è riuscita a raccogliere il voto di opinione anzi questo si è andato assottigliando sempre più.

 

Ciò va analizzato attentamente, soprattutto in considerazione della notevole trasmigrazione di voti che avviene tra un’elezione ed un’altra e del sorgere di improbabili movimenti contestativi e di protesta, come il Movimento Cinque Stelle e l’Italia Dei Valori. Movimenti improbabili perché da una parte sono diretti o da attori o da magistrati, quindi persone, in ipotesi, migliori dei trafficanti che gestiscono oggi la cosa pubblica, ma anche incapaci di affrontare, per il ruolo diverso che hanno nella società, le grandi crisi che stiamo attraversando, dall’altra perché ripercorrono la personalizzazione della politica, che con il crollo del berlusconismo è ormai destinata a soccombere.

 

La prima domanda che sorge spontanea è: perché, proprio noi, non riusciamo a raccogliere un voto d’opinione?

 

Intanto dobbiamo chiederci se, in effetti, siamo mai riusciti ad esprimere e, soprattutto, a far percepire un’opinione differente da quella che in qualche modo fa intuire quel magma amorfo che è il PDL . Poi dobbiamo riflettere con attenzione su cosa abbiamo fatto, in concreto, per mantenere legata a noi la tradizione politica e culturale di cui diciamo, in silenzio, di essere eredi.

 

Credo che queste premesse ci diano già una risposta esauriente, infatti, non siamo percepiti come partito diverso dal PDL, né siamo riconosciuti come eredi di una storia politica che, partendo dalla RSI e passando per il MSI, non ha voluto confluire nel Partito Popolare Europeo.

 

Questa nostra incapacità politica a costruire e raccogliere un voto di opinione è aggravata dal fatto che in quattro anni di vita del nostro partito non siamo riusciti a far capire che “La Destra” è un partito a se stante e non la costola di un’altra formazione più grande, il PDL. L’equivoco è reso più evidente dal fatto che gli esponenti della sinistra si rivolgono agli uomini del Pdl chiamandoli destra.

 

Tutte queste considerazioni ci impongono una serie di scelte che riguardano sia l’impostazione politica del partito, sia il modo di proporsi dello stesso, che la sua organizzazione.

 

Sul piano politico diventa essenziale differenziarci in modo netto dal PDL e dalla LEGA che devono e possono essere i nostri potenziali alleati contro una sinistra sempre più liberista e sempre più legata ad un passato che, per fortuna, non tornerà più ed al contempo portatrice di tutta la negatività che modernismo, relativismo e positivismo hanno insegnato in questi assurdi ultimi decenni.

 

Rimarcare la differenza è per noi facile e semplice, perché non essendo al servizio delle “lobbies” finanziarie, né di qualsiasi altro gruppo di pressione, possiamo indicare l’unica ricetta per uscire dalla grave crisi economica che stiamo vivendo.

 

Intanto va precisato che la crisi in atto è endemica alla concezione liberista che domina la scena mondiale, ed è frutto dell’assenza della Politica e della enorme crisi culturale che l’Italia ,in particolare, ed il mondo, in generale, stanno attraversando. Il trionfo del pensiero debole, che è sinonimo del non pensiero, la dice lunga sulle ragioni del disagio e del malessere che serpeggiano nell’umanità.

 

Uscire dal liberismo e liberarci dalla dittatura delle leggi di mercato, come unico regolatore dei rapporti tra gli uomini, è, in questa fase, essenziale: per questo dobbiamo iniziare a proporre soluzioni che sono nella pancia degli Italiani e che rispondono a questa logica; soluzioni che per essere in controtendenza non possono diventare patrimonio di chi è ossequioso ai dettami del sistema bancario e finanziario che ci sta strozzando.

 

DOPPIA CIRCOLAZIONE MONETARIA

 

Quando fu introdotto l’euro, questa moneta, che ci ha resi tutti più poveri, fu valutata, con la complicità dei politici dell’epoca, molto di più del suo valore effettivo, soprattutto in relazione a quanti sforzi faceva l’Italia in quel periodo.

 

Il vero danno però è stato aver regalato la nostra sovranità monetaria ad un istituto bancario privato, la BCE, che di europeo ha solo il nome ma che è una banca privata come tante altre; e noi conosciamo benissimo il cinismo che caratterizza i consigli di amministrazione delle banche nei confronti dei pensionati, gli anziani, i disoccupati, insomma i ceti deboli.

 

Infatti Duisenberg, il primo presidente della BCE, appena entrato in vigore l’euro, dichiarò che da quel momento la politica economica delle nazioni europee l’avrebbe fatta lui con il suo consiglio d’amministrazione, esautorando, in tal modo, i governi nazionali e mettendo in crisi i fondamenti dello stato sociale.

 

Oggi, al fine di tutelare gli interessi nazionali, dobbiamo tornare alla lira per una circolazione monetaria interna che ci renda la sovranità sulla nostra politica economica: una lira, ad esclusivo uso del mercato interno, gestita dalla Banca d’Italia che deve, però, diventare, contrariamente alla condizione attuale, un Istituto totalmente pubblico e sotto il diretto controllo dello Stato, perché la moneta deve essere proprietà dei cittadini e la banca centrale ne è solo il gestore. Si eviteranno così il cappio del signoraggio bancario e la gestione usurocratica del credito.

 

In ambito al commercio estero si può continuare ad utilizzare l’euro purché ci si affretti a costruire una federazione degli stati europei con un governo unico che gestisca la politica del continente e che sia il controllore di una Banca europea anche questa interamente pubblica e sotto lo stretto controllo del potere politico, contrariamente a quanto sancito dal Trattato di Lisbona.

 

Si eviteranno in tal modo la schiavitù monetaria e la gestione finanziaria dell’economia delle nazioni europee nel loro complesso.

 

SCIOGLIMENTO DELLA NATO

 

E’ chiaro che questo progetto può giungere a compimento solo con la realizzazione di un’autentica nazione “Europa” secondo lo schema da noi precedentemente delineato, che deve portare allo scioglimento della NATO, in quanto sono venute meno le ragioni storiche per cui fu creato tale strumento. Infatti non esistono più né il pericolo sovietico, né il mondo diviso in due blocchi, come fu disegnato a Yalta. Quello che serve oggi è un esercito europeo integrato a comando unico europeo che serva da reale strumento di difesa degli interessi europei.

 

 

 

RITIRO DELLE TRUPPE DAGLI SCACCHIERI DI GUERRA

 

Nella prospettiva di creare la nazione Europa dobbiamo fare leva sugli interessi nazionali ed internazionali italiani per giustificare una nostra partecipazione alle guerre o “missioni di pace”, che dir si voglia, in atto.

 

Non essendoci alcuna utilità, né diretta né indiretta, alla nostra partecipazione militare è da programmare un ritiro immediato delle nostre truppe da tutti i territori che vedono impegnati i nostri militari in azioni di guerra.

 

In conseguenza di questa decisione possiamo, da una parte, recuperare un rapporto corretto con le nazioni del medio-oriente, dall’altra contrattare una compensazione sia per l’utilizzo di basi in territorio italiano, sia per gli enormi danni economici che abbiamo subito, in modo particolare per la nostra partecipazione al conflitto libico.

 

Queste nostre legittime rivendicazioni potrebbero essere superate solo da un interesse superiore europeo, se esistesse un’ unità politica e non solo monetaria per la quale servisse il sacrificio di un interesse particolare.

 

LA BORSA E LA CRISI FINANZIARIA

 

Queste considerazioni si abbinano con il tentativo in atto in questi giorni di porre l’Italia sotto una più gravosa e pesante tutela a causa della crisi delle borse e della finanza. Il tentativo di scaricare sui popoli e sulle economie nazionali i fallimenti dei grandi speculatori e delle banche va rigettato totalmente assumendo anche delle posizioni rivoluzionarie che sconvolgano il castello di carte costruito dai gestori della finanza mondiale.

 

Il mercato finanziario e quello borsistico sono mercati fittizi che sono serviti ai grandi speculatori mondiali per rastrellare il risparmio delle famiglie e per creare debiti pubblici basati su pezzi di carta, per cui hanno emesso denaro cartaceo e azioni cartacee per simulare una ricchezza che di fatto ha soltanto sottratto risorse a chi invece di speculare si è rimboccato le maniche ed ha lavorato.

 

La borsa è una realtà che andrebbe chiusa e soppressa così i grandi manovratori della finanza si troverebbero in mano solo carta straccia priva di qualsiasi valore e la smetterebbero di globalizzare la miseria e la fame per i loro sporchi intrighi finanziari.

 

 

 

RECUPERO DEL DEBITO PUBBLICO

 

In tal modo anche il debito pubblico sarebbe ridotto e sarebbe più facile ricondurre in tempi brevi all’azzeramento dello stesso attraverso la promozione e la tutela dei prodotti e delle ricchezze nazionali ed il protezionismo sulle importazioni soprattutto nei confronti delle nazioni che utilizzano lavoro nero, lavoro schiavistico, lavoro senza tutele e lavoro minorile.

 

Una tale politica abbastanza complessa per un micro territorio quale quello italiano diventa praticabile se si considera la nazione Europa e la sua proiezione eurasiatista.

 

 

 

IMMIGRAZIONE

 

E’ questo il problema su cui il “buonismo” ha fatto più danni. Questo assurdo atteggiamento voluto soprattutto da chi aveva bisogno di lavoratori in nero e sottopagati ha creato un’ enorme mole di disfunzioni che vanno dalle difficoltà per gli Italiani indigenti nell’accedere ai servizi sociali, a quelli sanitari, agli asili nido ed alle case popolari, alla riduzione di posti di lavoro, dalla compressione delle garanzie sociali, alla accettazione della riduzione dei compensi.

 

Il rischio è di portare un popolo socievole ed accogliente come quello italiano verso la xenofobia e l’odio razziale.

 

Non è un caso che il ceto borghese medio alto (radical chic) indulge in questo buonismo d’accatto, mentre i ceti più popolari e proletari diventano sempre più insofferenti ed astiosi verso i nuovi venuti.

 

Chi dice che “ gli extracomunitari accettano lavori che gli Italiani non sono più disposti a svolgere” dimentica di aggiungere che sono disposti anche ad accettare un salario che il lavoratore italiano non può più accettare passivamente per le esose spese sociali cui è soggetto.

 

La società multirazziale e multiculturale è fallita, come dimostrano i recenti fatti inglesi, e non poteva essere diversamente ed una propaganda faziosa e pilotata ha sistematicamente tacciato di razzismo e xenofobia chiunque manifestasse intenzioni di rigetto nei confronti di presenze estranee alla nostra cultura ed ai nostri costumi.

 

Bisogna immediatamente provvedere a bloccare l’immigrazione e censire gli immigrati presenti sul territorio nazionale; selezionare quelli che lavorano regolarmente, senza essere soggetti alla speculazione dei datori di lavoro e nel rispetto delle leggi nazionali; accompagnare al confine tutti gli altri.

 

Questa soluzione drastica ed immediata deve essere seguita, nel tempo, dalla riduzione delle presenze di immigrati regolari attraverso la costituzione di cooperative di lavoro nei loro paesi di origine, utilizzando i, non pochi, soldi che la comunità europea destina per gli aiuti alle nazioni del terzo mondo.

 

Per evitare che questi soldi finiscano, come è successo in questi anni, nelle tasche di speculatori senza scrupoli, o in quelle dei grossi gruppi industriali europei in difficoltà con la costruzione di inutili cattedrali nel deserto, o per finanziare il traffico d’armi che alimenta guerre e genocidi tribali, va costituita una “Commissione europea di aiuti ai paesi sottosviluppati”.

 

Tale Commissione dovrà verificare che i finanziamenti europei vengano investiti in opere di sviluppo sociale necessarie ai territori di destinazione e dovrà provvedere all’inserimento, in tali opere, delle cooperative di lavoro costituite dagli emigrati, che così potranno tornare a vivere nella propria terra secondo le proprie abitudini e culture.

 

Si otterrà così la riduzione del fenomeno dello sradicamento sociale, e la diminuzione dell’impatto della convivenza multiculturale che sta creando tanti problemi.

 

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

 

Il ruolo fondamentale svolto dalla Magistratura in questi decenni nella lotta al terrorismo, prima, ed alla criminalità organizzata, dopo, ha indotto alcuni esponenti di questa Istituzione a ritenere che il potere giudiziario fosse qualcosa di superiore rispetto agli altri poteri dello stato al punto che molti magistrati si sono sentiti in dovere, senza licenziarsi dal ruolo, di partecipare, attraverso il voto, alla carriera politica ed al potere legislativo, venendo meno a quella separazione dei poteri che è una delle garanzie essenziali della nostra Carta Costituzionale.

 

Altri magistrati hanno cercato la notorietà attraverso la diffusione a mezzo stampa di inchieste che sarebbero risultate più serie, se avessero goduto del necessario riserbo; altri ancora hanno cercato di indirizzare il corso degli eventi politici attraverso inchieste, troppe volte forzate o nei contenuti o nei tempi o nelle modalità di svolgimento.

 

Ciò ha ingenerato una diffusa sfiducia nella giustizia.

 

Se a tutto questo aggiungiamo gli interminabili tempi di durata sia dei processi penali che di quelli civili e l’assoluta mancanza di certezza della pena nella cause penali, ci rendiamo conto di quanta ragione ci sia in chi diffida della giustizia italiana.

 

In tali condizioni è indispensabile portare a compimento una riforma complessiva della giustizia che renda il giusto ruolo a questa istituzione e le ridia l’onorabiltà e rispettabilità che è propria della maggior parte degli operatori di questa istituzione.

 

La prima riforma essenziale è la separazione delle carriere affinchè il Pubblico Ministero, che svolge un ruolo di indagine non sia collega del giudice giudicante, che deve essere terzo nel processo rispetto all’accusa ed alla difesa.

 

Di conseguenza va prevista anche la separazione degli organi di autogoverno.

 

La seconda riforma per questa categoria, privilegiata per l’alta funzione, di dipendenti dello stato è l’introduzione della responsabilità personale per violazioni di diritto.

 

Di conseguenza, per la giustizia penale verrebbe a cadere il ricorso al “libero convincimento” che tanta contraddittorietà ha generato tra le varie sentenze anche di Cassazione e che ha consentito che si potessero costruire processi e sentenze con teoremi precostituiti a cui venivano adattati fatti, prove e circostanze.

 

Il diritto, sancito dalla Costituzione, di presunzione di innocenza sino alla condanna definitiva deve portare alla tutela degli imputati dall’aggressione mediatica mediante leggi adeguate che colpiscano chiunque violi il segreto istruttorio e tutti coloro che emettano anticipazione di giudizi fuori dalle sedi preposte.

 

 

 

PROPOSTE ORGANIZZATIVE

 

Uno strumento come il nostro, impossibilitato, per la propria proiezione politica, ad avere sistematico accesso ai grandi mezzi di comunicazione, ha necessità di una struttura il più capillare possibile, per cui deve essere compito di tutti i dirigenti periferici individuare referenti territoriali in numero crescente e sempre più capillare.

 

E’ necessario che tutti i dirigenti abbiano un ruolo preciso e ben individuato e che lo svolgano, con risultati concreti, effettivamente. I risultati dei compiti vanno sottoposti a verifica periodica per consentire il mantenimento del ruolo o la rimozione.

 

Le cose più urgenti da fare nell’immediato sono: analizzare il dato amministrativo paese per paese; individuare in ogni paese, dove si sono presi voti, la persona giusta e valorizzarla; cercare referenti nelle zone dove non abbiamo nessuno; cercare contatti con le realtà vitali della comunità in cui si opera.

 

Questo lavoro di capillarizzazione va coordinato ed ovunque deve arrivare la voce del partito o attraverso bacheche pubbliche o attraverso volantinaggi periodici. Ovviamente per rendere efficiente questa attività va potenziato ed uniformato il meccanismo di comunicazione telematica che può aiutarci a dare le stesse comunicazioni su tutto il territorio nazionale.

 

I vari eletti e gli eventuali incaricati negli enti pubblici di nomina partitica devono essere a disposizione del partito e, pertanto, devono seguire le direttive degli organi territoriali preposti. Tutto questo genera incompatibilità tra cariche elettive ed i ruoli di segretario regionale, segretario provinciale o segretario cittadino.

 

CONCLUSIONI

 

Dobbiamo convincerci, prima noi per, poi, poter convincere gli altri, che il nostro non è un partito ma il Partito.

Dobbiamo iniziare a proporci concretamente con azioni mirate e pubbliche come coloro che si mettono a disposizione per la creazione di uno strumento politico nuovo e coinvolgente che dia spazi e prospettive a chiunque voglia avvicinarsi; intendendo per spazi e prospettive, non possibilità di posti o patacche, ma concrete opportunità di lavoro politico. Consentire cioè a chi voglia realizzare progetti politici compatibili con la nostra impostazione di trovare il sostegno possibile.

 

Proprio per questa nostra funzione è doveroso intrattenere rapporti con tutte le altre forze politiche e sociali sempre e non solamente alle scadenze elettorali e tali rapporti vanno tenuti a livello di delegazione affinché si dia l’esatta percezione che si ha davanti una struttura e non una persona.

 

Risulta indispensabile, per tutte le ragioni su esposte, ripensare il nome del partito, per far sì che sulle idee tracciate si possa realizzare la massima convergenza senza errori e senza tentennamenti.

 

Solo così potremo occupare la grande “prateria politica” che l’apertura “centrista” del PDL ci sta lasciando ed avere una dotazione di voti con cui tutti vorranno dialogare.

 

 

 

 

LE PROPOSTE VERSO L’OBIETTIVO

 

 

Nel contesto politico delineato e davanti agli enormi compiti che ci attendono diventa necessario enucleare una serie di proposte oggettive su cui imperniare la battaglia politica nei vari settori.

 

Per la questione morale:

 

· Istituzione di gruppi di controllo per la trasparenza nella pubblica amministrazione;

· Utilizzo di associazioni formate allo scopo per educare i ragazzi, fin dalle scuole elementari, al senso civico.

 

Per la partecipazione:

 

· Formazione di comitati di studio per la preparazione e l’introduzione di nuove forme partecipative nella vita pubblica;

· Socializzazione delle imprese a capitale pubblico, inizialmente, almeno al 50%. La loro gestione deve obbedire al principio partecipativo, sia nella gestione che nelle utilità.

 

Per lo stato sociale:

 

· Introduzione del concetto di profitto sociale e studio delle sue forme di applicazione e distribuzione;

· Adozione di un regime di doppia circolazione monetaria: una interna, attraverso il ritorno alla lira, questa volta intesa come moneta a sovranità popolare, ed una per i rapporti con l’Europa ed il resto del mondo, attraverso l’utilizzo dell’euro.

· Una casa per tutti con il mutuo sociale.

 

Per il lavoro:

 

· Incentivazione del microcredito per le piccole imprese e per le famiglie;

· Introduzione di forti sgravi fiscali per le imprese che assumono lavoratori a tempo indeterminato.

· Lotta all’usura bancaria

 

Per il risveglio dello spirito nazionale

 

· Ripristino nelle scuole, sin dai primi anni, dell’insegnamento dell’inno nazionale;

· Insegnamento della storia risorgimentale in chiave critica e non apologetica;

· Intitolazione degli Istituti, delle vie, ecc. in chiave di recupero della cultura nazionale.

· Scioglimento della NATO per dare vita all’Europa politica ed alle forze armate europee di difesa.

· Ritiro dei nostri soldati da tutti gli scacchieri di guerra dove non vi sia un nostro interesse nazionale.