| 15 Settembre 2011
(Elementi per la
discussione)
Un nuovo panorama politico di difficile
individuazione si prospetta all’orizzonte. La crisi del potere finanziario e
del suo modello di controllo mondiale apre scenari nuovi dove, finalmente, la
forza delle idee può soppiantare lo strapotere dell’economia solo che una
minoranza capace, preparata e coraggiosa sappia approfittare anche della
definitiva eliminazione delle ideologie.
Bisogna avere
la forza di sognare e realizzare un mondo nuovo, a dimensione umana, ancorato
ai valori perenni dell’umanità ed al profondo bagaglio di cultura e tradizione
di cui il genere umano è dotato.
ANALISI POLITICA
Gli
accadimenti di questi ultimi decenni ci hanno documentato, da una parte, il
fallimento del comunismo come opposizione al capitalismo liberista, dall’altra
il tentativo,anche questo in via di fallimento, delle grandi centrali
planetarie di arrivare alla creazione di un Governo Unico Mondiale, attraverso
il controllo delle risorse energetiche ed alimentari, usando il debito pubblico
come strumento di sottrazione di sovranità degli stati nazionali e di
asservimento della volontà dei popoli.
E’ questo il
momento in cui i sistemi di potere, incapaci di risolvere le proprie crisi, le
stanno scaricando sui popoli, ma senza speranza di successo, per cui abbiamo
tutto il tempo per preparare una risposta globale ed organizzata purché si
abbia l’intelligenza di superare le varie trappole che verranno poste sul
nostro cammino.
Il fallimento
dei socialismi reali ha debellato uno dei mostri del mondo moderno ma ha
potenziato il mostro più pericoloso: il liberismo ed i regimi
liberal-democratici.
Che il
liberismo sia un mostro è facilmente documentabile; basta guardare i gravi
danni che sta arrecando all’umanità: milioni di affamati, genocidi, bambini
soldati, sfruttamento della miseria, caduta etica con il proliferare di crimini
contro l’umanità e di aberrazioni quali la droga, la pedofilia, la violenza sui
minori, il lavoro schiavistico, i fenomeni migratori, la distruzione dell’eco
sistema con i danni permanenti all’ambiente le cui conseguenze sono tutt’oggi
imprevedibili, ecc…
Ma è un crimine perché parte da un falso principio:
quello dell’uguaglianza, per di più intesa solo in senso formale (giuridico) e
non sostanziale (economico). Gli uomini sono tutti diversi e proprio partendo
da questo principio reale si devono creare i presupposti perché a tutti vengano
consentite le stesse opportunità. Il liberismo invece tende a livellare gli
uomini misurandoli solo per quello che possiedono e non per quello che valgono;
per di più lasciando la libertà assoluta alle regole del mercato, ottiene come
conseguenza che chi ha risorse economiche ha diritti assoluti su chi non le ha,
e chi ne ha di più può ridurre in miseria chi ne ha di meno, dimenticando la
fondamentale funzione sociale della proprietà privata, riconosciuta dall’art.42
della nostra Carta Costituzionale.
Il
capitalismo, nelle sue due manifestazioni principali, privato o di stato
(comunismo) ha sconfitto con le sanguinose guerre del secolo scorso le
opposizioni nazionali che fondavano la
loro ragion d’essere sui valori essenziali dell’uomo.
Il sistema di
potere internazionale,poi, convinto ormai di controllare i destini dell’umanità
senza bisogno di un contraltare, quale potevano essere i regimi a struttura
marxista-leninista, ha tirato fuori l’arroganza propria di chi è convinto di
aver vinto la battaglia finale e di non avere più rivali. Si è pertanto
iniziato a parlare in modo sempre più insistente di Governo Unico Mondiale, di
esercito unico mondiale e si sono iniziate a definire le azioni militari
dell’esercito americano, o comunque comandate da ufficiali americani,
operazioni di polizia come se esistesse una codificazione dell’ordine pubblico
internazionale. In effetti si è sempre trattato di interessi di una parte
contrapposta ad interessi di un’altra
parte, a prescindere da dove fossero la ragione ed il torto.
Si è cercato
di creare così il mito del trionfo del capitalismo e si è cercato di convincere
i popoli della ineluttabilità di un potere disumanizzante, impostato tutto su
rapporti economici e condizionato esclusivamente da dottrine economiciste e
materialiste estranee completamente alla ben più vasta natura dell’uomo; potere
condannato da tutte le fedi religiose, cattolica compresa.
Il dato più
preoccupante è che questa dottrina ritiene di ridurre i problemi dell’umanità
ad un semplice scontro di interessi economici.
Il mito di
questo trionfo, basato su suggestive parole d’ordine quali “pace mondiale”,
“benessere universale”, cozza con la realtà che si è creata in tutto il
pianeta; ma trova il suo limite anche nelle nuove economie emergenti, come la
cinese e l’indiana, che, servendosi del lavoro schiavistico, riescono a creare
dei possenti contropoteri economici. “Fame mondiale”, “emigrazione selvaggia”,
“genocidi tribali” sono il frutto del nuovo razzismo, che vuol far finta di non
conoscere l’esistenza delle differenze culturali tra i vari popoli in nome del
mercato unico mondiale. Nelle nazioni cosiddette sviluppate, l’indebitamento,
l’immigrazione e l’invecchiamento rappresentano i freni principali ad uno
sviluppo equilibrato tra fattori economici e fattori umani.
Globalizzazione e mondialismo
Sono questi i
risultati della globalizzazione culturale, meglio conosciuta come mondialismo.
Un processo di estensione sul piano mondiale dell’informazione, dei sistemi di
comunicazione, dei mezzi di trasporto è sicuramente utile e positivo; il voler
estendere questo processo non solo alla trasmissione tra culture, ma alla loro
omogeneizzazione, per rendere tutto il pianeta un indifferenziato consumatore
dei prodotti del mercato globale, è semplicemente criminale perché rappresenta
l’esaltazione del genocidio e della eliminazione delle differenze, principale
risorsa della ricchezza culturale.
Tutto questo
crea un enorme malessere che attraversa tutti i popoli della Terra e lascia
indenni soltanto i pochissimi privati che, al di là di ogni collocazione
politica, detengono il controllo delle risorse energetiche ed alimentari del
mondo. Non sono popoli o sovrani ma sono uomini o, meglio, dinastie riunite in
circoli privati che decidono le strategie economiche mondiali prescindendo
dalle conseguenze, più o meno gravi, che possono avere sui destini di interi
popoli.
La Trilaterale
Uno dei più
importanti fra questi circoli è la Commissione Trilaterale; nome che deriva
dalla composizione stessa del circolo, infatti ne fanno parte i più
rappresentativi esponenti della politica e dell’economia di Europa, Nord
America e Asia-Pacifico (dalla riunione di Tokyo del 2000). Proprio con la
costituzione di questa Commissione vengono rese di pubblico dominio le
decisioni del capitalismo mondiale a dimostrazione della sicurezza di vittoria
finale dei gestori della finanza planetaria. Nel 1979 alcuni quotidiani
italiani pubblicano la notizia della riunione della Trilaterale in cui si è
deciso di esercitare il potere mondiale, non più attraverso il controllo dei
governi dei popoli, ma attraverso la gestione delle risorse energetiche ed
alimentari del mondo. E’ stata questa la prima conferma pubblica di quanto si
era sempre sospettato: le decisioni fondamentali per i destini dei popoli non
vengono prese dai governi legittimi nelle sedi istituzionali ma da entità
private in sedi non convenzionali. Proprio questa decisione dissennata ha
consentito per decenni che su territori ricchi vivessero le popolazioni a
reddito pro-capite più basso (Brasile, Africa Centrale, ecc.): questi popoli,
con la complicità dei loro governanti, sono stati espropriati delle proprie
risorse che vengono conservate come scorte future, ma soprattutto come
deterrente per il controllo e la levitazione dei prezzi sul mercato mondiale.
Lo scontro interno al capitalismo.
Questa visione
trionfalistica che ha avuto di sé il capitalismo finanziario ha fatto in modo
che questi presuntuosi non si rendessero conto, da una parte, che lo scontro
tra capitalismo finanziario e capitalismo produttivo ha fatto emergere, come
nemici veri, tutte quelle nazioni, come la Cina e l’India, che, con il lavoro
schiavistico, sono diventate le vere padrone del mercato globale, dall’altra,
l’estremo sviluppo dei fittizi giochi finanziari, oltre ad assoggettare,
attraverso un debito pubblico gonfiato con i meccanismi usurocratici, le
nazioni, ha creato una crisi di sistema che sarà la sconfitta finale delle
grandi centrali finanziarie e dei loro giochi lobbistici.
Le ripercussioni in Italia
In Italia
quindi lo scontro mai definitivamente risolto tra le due forme di capitalismo
ha portato un corposo tentativo di bipolarizzazione della politica, ormai
definitivamente fallito, per cui nel breve periodo vedremo il susseguirsi di
una serie di riforme elettorali ed istituzionali nelle quali sarà possibile far
emergere una nuova forza capace di interpretare le istanze della base popolare
che sempre più manifesta il suo malessere con il dissenso e la disaffezione
verso la politica.
Il malessere ed i segnali di rigetto.
Come abbiamo
osservato, la crisi del sistema finanziario in atto, a nostro avviso ormai
irrisolvibile, se non si esce dallo schema del liberismo, l’ultimo mostro
ereditato dai secoli passati, non è
sufficiente a far sorgere una speranza di rinascita dell’uomo, delle sue
capacità creative e della sua volontà di costruire un futuro diverso per le
generazioni a venire. Per fortuna nel mondo iniziano a vedersi tanti segnali
spontanei di rigetto verso la mercificazione dell’uomo. Questi segnali, d’altra
parte, proprio perché gli equilibri mondiali si determinano al di fuori, o meglio,
al di sopra delle singole nazioni, possono e devono riscontrarsi in vari
territori del pianeta, facendo nostra la teoria del “villaggio globale”.
Il terzo mondo.
In Italia,
purtroppo, esiste una scarsa informazione sulla politica internazionale, e
questo sembra ancora più strano se si considera che i più grandi studiosi di
geopolitica sono stati Italiani; probabilmente tutto ciò non è casuale.
Infatti, potrebbe sembrare strano, ma un dato impressionante emerge agli occhi
di tutti coloro che prestano attenzione agli eventi della politica
internazionale: tra i popoli più poveri si annoverano gli abitanti di territori
molto ricchi per risorse naturali e materie prime. E’ un dato che deve far
meditare moltissimo. Di esempi clamorosi e noti ve ne sono a decine: quasi
tutto il Sud-America, i paesi arabo-islamici, le nazioni del centro-Africa…
La provincia dell’impero.
E’ proprio in
questi territori che si sente in modo tangibile l’esistenza di un potere
sovrannazionale che, non solo limita l’autonomia decisionale dei governi
locali, cosa che d’altra parte avviene anche in Italia, ma addirittura impone e
dispone in modo diretto le scelte fondamentali per quei popoli. La cosa sul
posto è talmente evidente che spiega il fiorire, in quei territori, di
pronunciamenti militari, di un nazionalismo molto spinto, e di un gran
manovrare dei servizi segreti internazionali, in particolare della CIA
americana. In genere tutto il Sud-America è stato scelto, per la sua
collocazione geografica a ridosso del Nord-America e per la ricchezza
inesplorata delle sue risorse, come serbatoio e riserva di risorse future. E’
comunque una situazione esplosiva facilmente controllata per la mancanza di una
strategia globale anti-capitalista, ma che in questi ultimi anni sta dando vita
a fenomeni politici territoriali che potrebbero dare imprevedibili sviluppi
futuri e profondi “dispiaceri” ai detentori delle risorse.
Il problema demografico.
Altro notevole
sintomo di malessere e di rigetto foriero di speranze per futuri rivolgimenti è
il drammatico andamento dello sviluppo demografico dei popoli. Infatti, da
un’analisi sommaria, si nota subito come le nazioni più sviluppate dal punto di
vista industriale, e quindi meglio inserite nella società dei consumi,
determinata dal capitalismo, sono le nazioni ad incremento demografico nullo:
quindi formate da popoli in via di invecchiamento. Al contrario i popoli,
cosiddetti sottosviluppati, a basso reddito economico, hanno uno sviluppo
demografico impressionante da solo sufficiente a creare seri problemi di
convivenza in vaste aree geografiche.
La fame nel mondo.
Strettamente
collegato al problema demografico è quello tragico dell’allucinante distribuzione delle risorse alimentari,
distrutte per abbondanza nei territori a decremento demografico ed inesistenti
in altri territori per l’applicazione paranoica e parossistica delle cosiddette
leggi di mercato, che sono,sì, scientificamente determinate, ma che rispondono
ad alcuni parametri condizionati da chi detiene le risorse, quando il potere
politico non pone un freno, ma ne è a sua volta diretto.
Questo
collegamento crea una miscela esplosiva sufficiente da sola a far saltare qualsiasi
sistema di potere. Il genocidio, vuoi per fame, vuoi scatenando mai sopiti odi
tribali, è la soluzione che la società liberal-democratica ha dato al problema.
Noi crediamo ed auspichiamo che questo non accada più. Allora milioni di uomini
affamati accerchieranno, non solo i popoli industrializzati anch’essi incapaci
di determinare il proprio destino, ma anche il potere capitalista impotente con
il suo ferreo economicismo a dare risposte ai grandi problemi dell’umanità.
Il richiamo dei paesi africani.
E’ proprio
cercando risposte che risolvano anche scottanti problemi economici, ma
soprattutto affrontino il dramma degli uomini e dei popoli nella loro
globalità, che, da numerose nazioni dell’Africa nera, dai centri culturalmente
più evoluti dei popoli africani, sorgono continue richieste di confronto e di
aiuto soprattutto culturale verso l’Europa, che, per storia, cultura e
tradizione, è sempre stata faro e riferimento, nel bene e nel male, per tutta
l’umanità.
In questo
richiamo, in questo urlo di dolore, c’è tutta la valenza positiva di un
malessere e di quale possa essere la via
per affrontarlo e risolverlo. E’d’obbligo un breve riferimento all’Italia ed al
suo glorioso passato legato alla romanità, che seppe esportare per il mondo
valori tutt’oggi inestimabili e senz’altro nemici dell’economicismo e del
moderno capitalismo.
L’estremo oriente.
La Cina è
sempre stata, con il suo enorme potenziale umano, una scheggia impazzita di
difficile collocazione nell’ambito degli equilibri internazionali, ed il suo
deterrente strategico politico è aumentato, soprattutto se si considera che ha
abbandonato il suo pervicace isolamento, che se, da un lato, la ha resa
possibile terreno di conquista per le nuove tendenze consumiste, dall’altro, le
dà la possibilità di intervenire in modo decisivo nella battaglia sui destini
dei popoli che si dovrà combattere nei prossimi anni.
Il Giappone,
poi, con il suo potenziale industriale, con il suo sviluppo tecnologico, con la
sua abilità nello sfruttare al meglio le regole del mercato è diventato, anche
se inserito nei grandi club finanziari del potere, una possibile fonte di
disturbo: dato che una forte spinta nazionalista ed antiamericana ne condiziona
comunque il cammino.
Il medio-oriente.
Detonatore
potente di una micidiale miscela
esplosiva è tutto il Medio-oriente con i numerosi problemi insiti in questa
definizione. Dal problema palestinese alla sopravvivenza di Israele, dalla
questione libanese, al problema dei territori occupati, dalle rivalità di
religione agli intrighi di potere, dallo sfruttamento delle enormi risorse
petrolifere al controllo delle vie di comunicazione per le stesse, tutto in
questa zona del pianeta è complicato, foriero di gravi implicazioni, capace di
scatenare inimmaginabili cataclismi. Le guerre in atto e i recenti luttuosi
eventi delle navi turche che trasportavano aiuti umanitari ne sono una prova
tangibile. Tutto si regge su difficili equilibri ancora una volta basati su
mere valutazioni economiche.
La questione palestinese.
Come tutti i
problemi mediorientali, la questione palestinese è complessa e di difficile
soluzione. Sia perché è difficile convincere il popolo palestinese di non poter
più vivere da padrone a casa sua perché la comunità internazionale ha
“graziosamente” regalato il suo territorio ad un popolo sparso per il mondo
(Israele); sia perché decenni di atroce guerra hanno creato lutti indicibili e
con essi odio inestinguibile; sia perché tutte le soluzioni proposte portano
alla creazione di uno stato palestinese smembrato in più territori, a sovranità
limitata ed ai margini del suo reale territorio. In fondo la questione
palestinese rimane tale perché a nessuno importa niente di quel popolo, ma
tutti lo utilizzano a propri fini stabilizzanti o destabilizzanti all’interno
di quello scacchiere.
Il bisogno di religione.
Un altro
sintomo positivo, che fa ben sperare per il futuro e che indica in modo
inequivocabile il rigetto ed il rifiuto che l’umanità inconsciamente ha per la
società dei consumi e le soluzioni economiciste dei problemi sociali, è dato
dal crescente, a volte confuso, bisogno di religione che traspare dalle masse,
soprattutto giovanili, in tutto il mondo. Sono aspetti importantissimi cui le
stesse religioni ufficiali sono incapaci di dare risposte adeguate, per essere
anche loro, con le proprie gerarchie, immerse nel grande mercato e nel mercimonio
delle coscienze.
Non mancano
casi di dichiarazioni di intenti positivi, di lodevoli sforzi da parte di
alcune componenti che purtroppo non vanno oltre la mera enunciazione teorica:
come nel caso di alcune encicliche pubblicate dalla Chiesa Cattolica Romana di
aperta condanna del capitalismo e dei suoi effetti devastanti nei confronti
dell’umanità.
L’integralismo religioso
Questo bisogno
profondo di risposte intimiste ad un’inequivocabile esigenza di spiritualità
unita all’insoddisfazione verso le normali risposte di fede, fa in modo che
l’integralismo religioso, di tutte le confessioni, si manifesti in modo
massiccio. Tutti gli integralismi sono pericolosi per una normale convivenza
civile, perché tutto ciò che è portato all’esasperazione stride con il profondo
senso di libertà tipico di tutti gli uomini. E’ proprio la mancanza di risposte
più profonde sul piano civile e sociale che spinge ad abbracciare la parte più
radicale dell’estremismo religioso. Quasi a sopperire, attraverso i dogmi delle
chiese portati alle estreme conseguenze, alla mancanza di un impegno civile
costante e duraturo.
Non è un caso
che gli eventi più drammatici di questi ultimi anni sono stati quasi tutti caratterizzati dalla
presenza di integralisti religiosi. E’ chiaro che si tratta di fenomeni
negativi, ma è pur vero che rappresentano un disagio fortissimo.
L’Islam.
Un’attenzione
particolare va posta nell’osservare quale valenza possa esserci nella religione
islamica. Infatti, da una parte, rappresenta una delle religioni a più elevato
contenuto spirituale e quindi più determinata nello scontro contro ogni
materialismo; dall’altra, tra le varie anime islamiche esiste una tale
differenza e diffidenza da diventare possibile elemento di scontro e di
tensione.
Le sette.
La conferma di
questa tesi deriva dal fiorire e proliferare di numerose sette religiose,
spesso delle vere e proprie associazioni per delinquere, che comunque
raccolgono moltissimi giovani. Ancora una volta l’esigenza di spiritualità si
manifesta in modo negativo in contesti spesso contrari alla civile convivenza,
ma pur sempre sintomo di un evidente malessere frutto tipico della società dei
consumi.
Nessuno parla
delle numerose famiglie naufragate e depauperate, delle fughe e delle
tragedie umane enormi che si nascondono
dietro tanta pseudo-fede. E’ anche questa una fuga. Per non parlare del ruolo
di sostegno ideologico e pratico delle sette al progetto del neo-capitalismo,
proprio mentre altre fedi a questo si oppongono in nome della libertà dei
popoli e dei singoli individui.
La fuga
Fuggire,
scappare dalla realtà, cercare mondi fittizi dove risolvere le proprie
contraddizioni e far tacere l’insoddisfazione tremenda di una vita che non
merita di essere vissuta. Non è un caso isolato di un disadattato ma purtroppo
è una realtà di massa vissuta e sofferta soprattutto dalle generazioni più
giovani e più deboli.
Fuggono dalla
loro realtà, per fame, i giovani dei popoli più poveri emigrando in terre
lontane e spesso ostili, fuggono anche quelli delle società, cosiddette, più
ricche, per noia: sono due fughe diverse, ma entrambe ugualmente drammatiche.
Quando i
giovani fanno scelte che contraddicono l’innato gusto della sfida e l’istintivo
desiderio dello scontro, e preferiscono rifugiarsi in immaginari mondi di perfezione,
qualcosa non funziona: sono gravi sintomi di malattia.
La droga.
Sintomi che
parrebbero irreversibili. Infatti nel vasto e diversificato mondo dei giovani
dove tutto doveva essere semplice e soprattutto facile, nulla più diventa
gratificante, tutto diventa dovuto affinché, anche il giovane, entri al più
presto nel mercato.
Spesso, però,
nel mercato entra dalla porta umanamente peggiore ma, senza meno, tra le
migliori dal punto di vista del mercato: la droga
.
Cosa è la
droga con i suoi effetti devastanti, se non il segno della crisi estrema, la rinuncia ad affrontare da soli con le
proprie capacità la vita, un’ennesima fuga dalla realtà?
Pensare che
per le giovani generazioni questa diventi l’alternativa unica alle altre forme
di fuga, ci deve spingere a tentare di dare altre risposte diverse dalle
“rigide e ferree” leggi di mercato.
Ecco perché,
paradossalmente, riteniamo tutte le brutture che presenta la vita contemporanea
dei sintomi positivi. Sono il segno del rifiuto, oserei dire del rigetto, della
società, sedicente del benessere, che produce solo malessere; sono la prova
tangibile che le società liberal-democratiche, incapaci di risolvere i problemi
economici dei popoli, come dimostra ampiamente la crisi recente, distruggono,
con il materialismo imperante,qualsiasi voglia di vivere, perché non sanno
cogliere il più profondo senso della vita.
Il risveglio dello spirito nazionale
In tutto
questo malessere generale, anche se in modo deviato, negativo, a volte confuso,
si manifesta la tensione dell’umanità verso un mondo diverso, verso dei legami
che trascendono il semplice rapporto societario o di affari proprio della
società mercantile.
Il primo, il
più significativo elemento di legame che trascende il rapporto economico, è la
consapevolezza dell’esistenza di un’unità nazionale, di un qualcosa che fa
essere uniti i popoli al di sopra delle differenze che caratterizzano gli
uomini.
In effetti,
anche se irrazionalmente, emerge sempre più, in vari campi e settori della vita
sociale, uno spirito ed un legame per i simboli della nazione, ma anche del
“campanile”, che sembravano in Italia definitivamente persi dopo la drammatica
data dell’8 settembre 1943.
Nello sport.
Il settore
dove è più evidente questo nuovo attaccamento è proprio lo sport: grandi folle
partecipano, talvolta anche in modo violento, alle vicende della propria
squadra con una passione che indica radicamento e che si esalta, superando
tutti gli antagonismi del campanile, quando ci si esibisce in campo
internazionale.
Nell’economia.
Stranamente il
popolo italiano, mai attento alle vicende economiche, se non per i riflessi
immediati e diretti sul proprio portafoglio, ha iniziato a tifare, e con
passione, “Italia” quando si è parlato di classifiche, graduatorie e
dequalificazioni. Certo, si è sempre in un linguaggio mutuato dallo sport, ma
lo spirito di competizione ha aperto un nuovo ancoraggio per la passione
nazionale.
Nella ricerca culturale.
Il campo
ovviamente più interessante è quello culturale dove un nuovo attaccamento alla
Nazione si manifesta, grazie anche all’azione promozionale dei mezzi di
comunicazione, un po’ con l’esultanza verso ciò che di veramente importante
viene portato con successo fuori dai confini nazionali, un po’ con un rinnovato
interesse nei confronti di tutto quanto viene creato di nuovo in ogni ambito.
Tutto questo nonostante il livello culturale della nostra società abbia
raggiunto i livelli più bassi.
LA QUESTIONE MORALE
In questo
quadro politico di diffuso malessere, non si può articolare una concreta
proposta politica senza prima affrontare il grave problema morale che
attanaglia la vita politica e civile della nostra nazione.
Esiste una
questione morale? In cosa consiste concretamente? E’ possibile tornare ad una
società corretta, pulita ma progredita?
La questione
morale esiste ed è di portata ben più ampia di quanto si possa immaginare.
Infatti i vari arresti per corruzione e concussione che si verificano ormai
quotidianamente sono solo la punta di un iceberg le cui esatte dimensioni sono ancora
da valutare.
Non si può
dimenticare che ormai i capisaldi del vivere civile vengono messi in
discussione in nome del dio denaro e del profitto. Il prossimo viene solo
considerato e frequentato quando può essere utile magari per mollargli una
“fregatura”. Non ci sono più riferimenti precisi di alcuna natura: nella scuola
i docenti, tranne delle rare situazioni, per lo più mal preparati e malpagati, non si preoccupano di formare ed educare i
propri alunni, ma essenzialmente si preoccupano solo di arrivare a fine mese
per lo stipendio; anche nella famiglia i genitori sono presi dal loro forte
egoismo e pensano soprattutto a come guadagnare di più, dando scarsi esempi ai
loro figli. D’altra parte la società tutta ha invertito i valori: oggi non
conta essere onesti, corretti leali, è importante solo avere tanti soldi a prescindere
da come si sono realizzati. L’importante è non farsi scoprire.
Il metro di
misura delle differenze tra gli uomini non è certo il valore, la capacità, la
professionalità, ma soltanto il censo, la ricchezza. Su questi esempi
costruiamo la nuova classe dirigente della società del futuro, dove contano di
più l’attricetta dal seno prorompente e dal letto facile, lo studente di scarsa
cultura ma capace di “slinguazzare”, il professionista traffichino che consenta
facili e rapidi guadagni, i compagni di merende, le brigate truffaldine.
Cosa ci
aspettiamo dalla classe politica che vive e sguazza in questo clima? Non è più
solo una questione di casta, anche perché le caste sono più di una e tutte
ugualmente corrotte ed arroganti, è un diffuso “modus vivendi” che genera un
sottile malessere in tutti , ma soprattutto nei giovani, che privi di
riferimenti seri si rivolgono a ciò che offre il mercato o meglio la
televisione:calciatori e letterine. Siamo insomma in una situazione drammatica:
ci vorrebbe un nuovo Robespierre!!!
Battute a
parte, sicuramente la situazione è di difficilissima soluzione, soprattutto
perché tutto questo è il frutto principale del liberismo e della
liberal-democrazia, l’ultimo mostro ereditato dal secolo passato e che tende a
trasformarsi come unica regola per le società contemporanee: denaro, profitto e
leggi di mercato, come unici parametri per regolamentare i rapporti tra gli
uomini e le comunità.
A tutto questo
si può rispondere solo con un’autentica rivoluzione culturale che ristabilisca
l’esatto rapporto tra politica ed economia, tra uomo e denaro, tra valori e
principi, tra stato sociale e potere, tra nazione ed internazionalismo, tra
identità e mondialismo, tra lavoro e capitale, tra pari opportunità ed
uguaglianza, tra partecipazione e democrazia.
Intanto
possiamo iniziare a realizzare le riforme possibili ed a correggere, finchè
siamo in tempo, le generazioni più giovani, partendo dalla scuola e dalla famiglia,
capendo che la scuola deve essere pubblica, deve avere docenti preparati e
capaci di formare ed educare, deve essere in grado di imporre una disciplina
che derivi da un’autorità. L’autorità però non deve essere data da un titolo,
ma deve essere conquistata giorno dopo giorno dalla capacità del docente: si
tratta dell’autorità del sapere e della scienza.
La famiglia,
poi, deve essere definita dalla sua funzione fondamentale che è quella della
continuità della comunità, ovvero della sua capacità di mettere al mondo dei
figli. Partendo da questo concetto, tutte le altre forme di aggregazione si
devono considerare “altro”, che può e deve essere regolamentato, ma che non si
può considerare famiglia. Portata chiarezza in questo ulteriore odierno
elemento di confusione, la famiglia deve tornare a collaborare con le altre
istituzioni preposte all’educazione dei loro figli, in particolare con la
scuola, che non deve essere vista come un antagonista, ma come un centro di
collaborazione.
Lo stato poi
deve iniziare a porre le condizioni per consentire ai giovani di sviluppare le
proprie attitudini non solo con la scuola, ma anche con le attività collaterali
come lo sport, la cultura nelle sue varie forme: il tutto costruito con
particolare attenzione al merito che non deve essere dettato solo dalla
capacità nel settore ma anche dall’attitudine all’ordine interiore ed
all’obbedienza che è sinonimo di attitudine al comando.
Si può
iniziare da queste cose, ma per realizzarle seriamente bisogna avere una
visione trascendente e quindi religiosa della vita. Solo la religiosità e
quindi una percezione del sacro ci può consentire di vivere quei valori
fondamentali di cui parliamo e su queste basi si può costruire una reale
gerarchia fondata sul merito.
PER UNA NUOVA IDENTITA’ NAZIONALE.
La tesi
secondo la quale il principio nazionale risulterebbe superato è propria
essenzialmente dei popoli vinti che accettano la loro sconfitta. L’emergere
delle grandi realtà a livello continentale ha bensì posto in termini nuovi il
rapporto di forze internazionali, ma non esclude, anzi presuppone, le nazioni
come soggetti politici operanti
.
Le maggiori
potenze sono tali, infatti, in quanto sono innanzitutto delle nazioni che,
aldilà delle varie componenti etniche, hanno saputo integrarsi in un ordine
politico e civile.
Nel
dopoguerra, inoltre, contrariamente ad ogni previsione e dei vincitori e dei vinti, la lotta
politica – là dove ha avuto modo di esprimersi – anche quando si è ispirata
nelle sue motivazioni a temi sociali, si è sempre però sviluppata e riassunta
nel principio nazionale. E’ in esso che i nuovi popoli emersi alla ribalta
della storia moderna hanno rivendicato la loro dignità e la loro identità. Ciò
vale, oltre ogni apparenza, anche per i popoli europei. Sconfitti o comunque
messi fuori gioco nel nuovo rapporto di forze, essi hanno rinunciato a
qualsiasi ruolo storico proprio nella misura in cui hanno ritenuto
improponibile il principio nazionale, in nome dell’ideologia dell’ordine e
della pace ad ogni costo.
La “forma” nazione
si è confermata, dunque, come il dato costante e necessario di ogni lotta
politica autentica. Anche coloro – come le sinistre tradizionali – che l’hanno
negata a livello ideologico, hanno dovuto riconoscerla come punto di
riferimento decisivo di ogni iniziativa di cambiamento sociale, e farla propria
in ogni occasione concreta. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,
ne è un esempio attuale.
Il nuovo
“discorso nazionale” deve partire dal rifiuto di considerare la nazione, ed
addirittura lo Stato, come dati preesistenti alle vicende storiche ed all’impegno dei cittadini.
Esso dovrà
invece fare riferimento al “nazionalismo della volontà”, già molte volte
storicamente impersonato, per il quale la Nazione viene costruita dai cittadini
che credono in essa come soggetto di storia e come portatrice di una missione
di civiltà.
Nella
situazione attuale, mentre il “vecchio” discorso nazionale, ancorato alla
destra, si è ridotto sul piano politico alla più convinta asserzione
dell’Atlantismo, è evidente che soltanto una rigenerazione del tessuto sociale,
con l’immissione ai vertici del potere delle forze che – sia pure
istintivamente – chiedono la partecipazione, ( e con lo smantellamento delle
strutture capitalistiche e lobbistiche che di fatto detengono il potere), potrà
creare i presupposti di un nuovo ordine nazionale.
Pertanto il
principio nazionale può essere definito come “la rivendicazione, da parte della
società italiana, del diritto a riconoscersi come comunità nazionale, con una
propria identità civile, politica e storica e, su tale presupposto, a svolgere
– nel quadro geopolitico – una missione di civiltà: una comunità di destino,
avanguardia mondiale del diritto dei popoli.
Tutte le
testimonianze umane, sociali, civili e politiche dei cittadini appartengono
alla storia necessariamente unitaria della comunità.
Ne deriva che,
anche e soprattutto quando la vita della comunità si trova ad essere dispersa
ed oggetto di suggestioni antinazionali, chi si batte per la riconquista – in
termini civili e politici – dell’unità di tutta la comunità, deve interpretare
la sua storia anche nelle sue componenti “eretiche” e nelle sue ore di
smarrimento.
Ne consegue,
pertanto, che chi crede nei valori permanenti della comunità, non potrà
individuare nei propri concittadini dei nemici al di fuori delle frontiere
civili, ma soltanto degli avversari da recuperare ad un superiore ordinamento
civile che tutti interpreti e rappresenti.
Da queste
considerazioni nasce una nuova identità nazionale che parte dal territorio per
giungere all’impegno civile e sociale.
Il territorio
è l’elemento di partenza nel quale riconoscersi: il campanile, la voglia di
difendere la terra dove lavoro, dove hanno sudato e sono morti i miei cari, i
miei amici, i miei vicini. Se tutto questo non vuole essere un vuoto
formalismo, deve inevitabilmente coinvolgere i nostri sentimenti, la nostra
passione. Cos’è la passione per i genitori, se non attaccamento alla propria
terra? Come si manifesta l’attaccamento alla propria terra, se non attraverso
l’impegno civile? Qual è la forma più alta di impegno civile, se non l’impegno
sociale? Ed ecco che torna naturale un nuovo e più profondo concetto di
nazione: ovvero un popolo legato al proprio campanile attraverso un rinnovato impegno civile e
sociale.
In questo
rinnovato spirito nazionale ha un senso parlare di federalismo. Infatti la nazione Italia diventa il crogiuolo
unitario dei differenti territori resi omogenei sul piano della cultura, della
storia e della volontà. Territori omogenei che vanno ridisegnati proprio in
considerazione di questi presupposti per rendere così reale l’unità nazionale e
sottrarre il concetto di federalismo alle lobbies di potere che puntano
all’indebolimento della passione nazionale per meglio svolgere i loro “giochi” economici sulla pelle dei popoli.
Questa visione
della Nazione deve, per ragioni geopolitiche, necessariamente sfociare in una
grande Nazione Europa, costruita su base politica.
IL RUOLO DELL’EUROPA
Quella che
oggi viene definita, in modo molto improprio, Europa cerca di rafforzare e
difendere le proprie quote di mercato dalla pressione delle potenze economiche
del Pacifico e delle economie emergenti d’Asia. Questo sforzo sarà pressoché
inutile se non si riuscirà a cucire una reale integrazione politica europea,
cui, non a caso, si oppongono gli interessi dei paesi economicamente più forti
e quelli del capitale finanziario internazionale.
I paesi
europei, sedicenti industrializzati, sono ben distanti dallo sviluppo
tecnologico nord americano, giapponese e, tra breve, cinese ed indiano. Senza
dubbio, la spietata concorrenza tra le varie Nazioni europee e il controllo
delle scelte economiche e militari europee da parte degli USA e delle centrali
finanziarie mondiali, rendono difficile, se non impossibile, il superamento di
questo “gap”.
Il nostro
obiettivo è quello di una nuova Europa integrata e capace di recuperare una
propria personalità sullo scenario mondiale. Un’Europa che, dopo il crollo
dell’impero sovietico, doveva volgere lo sguardo all’Europa dell’Est
abbandonando ogni forma di americanismo. La definizione di Occidente,
ingannevole e di molteplici interpretazioni, deve essere soppiantata dal
concetto di Europa una ed indivisibile, sintesi di una grande concezione
storica e culturale.
Alle nazioni,
risvegliatesi dall’illusione del capitalismo di stato, andava offerto un
progetto alternativo concreto, per evitare ogni tentazione di imitare l’attuale
formula del capitalismo finanziario mondiale. Siamo ancora in tempo a
recuperare!
Questo progetto
cozza contro gli interessi dei gruppi economici internazionali, tesi al
raggiungimento e mantenimento del controllo totale del mercato, anche se
dovessero pregiudicare il destino europeo e mondiale. L’attuale crisi dei
sistemi finanziari internazionali sta facendo tornare tutto in discussione e,
quindi, sta creando una nuova opportunità di rinascita europea.
L’Europa delle etnie.
Una via per
isolare i gruppi di potere è quella di un ritorno alla micro comunità etnica
che, basata sul principio dell’autogestione economica ed amministrativa, trovi
la propria collocazione finalistica nella macrocomunità europea, compattata
intorno ad un futuro politico ed economico comune. Attualmente, da destra e da
sinistra, tutte le forme di federalismo proposte nascondono lo stesso
interesse:quello di camuffare con un europeismo formale una sostanziale difesa
degli interessi particolari di ciascuno stato, riconducibili tutti alle lobbies
del potere internazionale.
L’Europa di
domani, quella vera, può essere solo un’Europa politicamente integrata,
rappresentata da uno Stato confederato con attribuzioni precise di potestà e
competenza, tanto nel campo normativo che in quello esecutivo, soprattutto per
quanto riguarda la difesa, il commercio estero, la moneta internazionale, ecc.
Gli attuali Stati, insomma, dovranno svuotarsi dei loro particolari egoismi, a
favore di uno Stato europeo decentrato amministrativamente in zone autogestite.
Non basta una
politica monetaria comune, come capita oggi; è indispensabile delineare un
destino politico comune per tutte le genti del continente. Ciò non sarà
possibile se non si penserà agli strumenti essenziali per una difesa comune e
disancorata dagli interessi d’oltreoceano. Fra questi, la costituzione di un
esercito volontario europeo, tecnicamente attrezzato, professionale e con
gerarchie uniche.
Molti ostacoli
si interporranno a questo progetto; tra questi è già in atto il tentativo di
identificare l’etnia con una specie di ritorno all’intolleranza tribale:
sovrapponendo un’immagine negativa al principio di diversità proprio del
microcosmo etnico. Sono i portatori del nuovo ordine mondiale, associati alle
filosofie universaliste delle varie logge massoniche, a vedere nelle risorgenti
etnie un ostacolo all’omologazione della specificità dei popoli. La guerra
delle parole tenta di imporre l’identità tra mondialismo e tolleranza, mentre
bolla le comunità etniche di intolleranza e illiberalità. In realtà
l’intolleranza è propria di quanti, ad Est come ad Ovest, si oppongono alle
richieste di autodeterminazione.
Il nostro
progetto europeo presuppone l’uscita dalla NATO e da qualsiasi altro accordo
che limiti la piena sovranità del continente, per proiettare la nostra
attenzione nel Mediterraneo, stringendo legami con quelle Nazioni che vedono
nell’unità europea una possibilità per il loro sviluppo tecnologico e
produttivo. Una prospettiva di leale interdipendenza che condurrà ad un
proficuo ed utile scambio tra le due parti.
In questo
progetto Eurasia-Eurafrica, l’Italia, per la sua collocazione geopolitica, ha
un ruolo essenziale e trainante da svolgere: “l’Italia è il ponte tra i popoli
su cui incontrarsi nell’alleanza tra gli oppressi contro gli sfruttatori della
Terra”.
LO STATO SOCIALE
In un
rinnovato senso di appartenenza nazionale è possibile tornare a parlare di
stato sociale.
Preliminarmente
è necessario chiarire cosa è lo stato sociale: sicuramente non è lo stato
assistenziale, utile solo a creare dipendenze economiche e clientele, né è lo
stato che cerca di appiattire le differenze tra gli uomini come condizione
finale dell’agire politico. Lo stato sociale è quello che crea le pari
opportunità per tutti, mettendo tutti i cittadini in condizione di competere in
modo paritario a prescindere dalla condizione sociale, dalla razza, dal sesso,
dal censo e dai convincimenti politici e religiosi. Pertanto pone la condizione
iniziale di parità del punto di partenza.
Solo le
capacità individuali nei singoli settori della vita civile possono
rappresentare il discrimine meritocratico tra i cittadini. La selezione viene così determinata dalle capacità individuali,
dall’impegno e dalla volontà di sacrificio.
E’ chiaro che
tutto questo rappresenta un utopistico punto di arrivo, ma è la naturale linea
di tendenza lungo la quale muoversi. Pertanto la volontà di costruire lo stato
sociale ci porta ad alcune inevitabili conseguenze che stridono notevolmente
con la logica liberista: la scuola deve essere pubblica, la sanità deve essere
pubblica, l’acqua ed i generi indispensabili per la vita di tutti, compresi i
servizi di interesse strategico nazionale, non possono essere privatizzati
In questa fase
di iperliberismo sfrenato è necessario tornare gradualmente allo stato sociale,
cercando i giusti compromessi che, da una parte, non mettano in crisi la già carente economia
nazionale, dall’altra, inizino a limitare le deviazioni verso il privato e
pongano le premesse per il ripristino dei diritti e dei doveri collettivi.
Dobbiamo
comunque rilevare che la convinzione che il privato amministri meglio del
pubblico, è stata costruita ad arte con una serie di impedimenti per gli
amministratori pubblici che hanno resa precaria e farraginosa l’amministrazione
stessa. Tutto questo per creare clientelismo e per deprezzare il bene pubblico al momento della vendita
ai privati.
Il Lavoro
In questo
contesto assume valenza fondamentale una nuova e diversa concezione del Lavoro.
Per il liberismo il lavoro è soltanto un costo di produzione e, per le leggi di
mercato, i costi vanno tagliati. In tale mostruosa concezione dei rapporti
umani la fa da padrone il profitto economico individuale, senza tenere in
alcuna considerazione il profitto sociale: ovvero tutta l’utilità che deriva
per la comunità da un corretto rapporto sociale. Si deve restituire al lavoro tutta
la sua valenza sociale perché nel lavoro c’è la dignità di un uomo, la crescita
delle famiglie, lo sviluppo della comunità, l’affermazione della Nazione come
momento storico, politico e culturale.
Quando si
parla di correggere il rapporto tra politica ed economia, si vuole solo
indicare che l’uomo non può essere valutato solo per quello che possiede in
termini materiali, come accade oggi dove chi più ha più conta, a prescindere da
come si è procurato ciò che ha; l’uomo deve essere considerato per le sue
qualità etiche e comportamentali, per il suo modo di porsi rispetto agli altri,
ma soprattutto per il suo senso di responsabilità verso la comunità.
Dire, come si
dice oggi, che la politica non esiste più vuol dire rinunciare a tutto questo e
ricondurre i rapporti tra gli uomini a quelli che furono nell’Ottocento,
sfruttamento, schiavismo e mancanza di vera libertà. Il tutto aggravato
dall’enorme condizionamento mediatico.
Uscire dalla
concezione liberista del lavoro per giungere ad una sua valutazione sociale,
anche dal punto di vista strettamente economico, è il primo obiettivo
dell’azione politica. Questa dottrina che ha grandi riferimenti culturali è
anche l’anima della dottrina sociale della Chiesa e trova grandi sostegni in
alcune recenti encicliche papali.
E’ compito
della politica ristabilire l’esatto rapporto tra la forza lavoro ed il
capitale; davanti a chi detiene le risorse si può opporre solo la “resistenza”
di chi detiene la forza del numero, e i politici, che dovrebbero essere
espressione di chi li ha sostenuti, invece sono diventati espressione di
lobbies economiche totalmente disancorati dai propri elettori; sancendo così la
morte della politica ed il trionfo dell’economia.
I GIOVANI.
Una
valutazione a parte merita la grave crisi del mondo giovanile.
Abbiamo visto
in più punti che i sintomi più gravi della crisi della società si manifestano
proprio nelle generazioni più giovani, che, prive di riferimenti e di stimoli,
sembra abbiano rinunciato alla propria autonomia ed alla grande forza di
sognare realtà e mondi diversi, che dovrebbe essere la principale loro
caratteristica.
Un giovane che
non sogna invecchia subito, un giovane che non ha grandi aspirazioni, talvolta
anche infantili, perde la spinta per conquistare il futuro; una nazione senza
giovani è destinata a morire.
Per questo
quello dei giovani è un problema grave, gravissimo da affrontare in modo deciso
ed immediatamente.
Nelle scuole,
sui posti di lavoro, sia impiegatizi che liberi, i nostri ragazzi manifestano,
salve le eccezioni, poca voglia di impegno, minor senso di responsabilità,
nessuna attitudine al sacrificio; in questo sono complici la famiglia e la
società.
Al contrario,
una gran massa di studenti e ragazzi immigrati, spinti dalla fame e dal
bisogno, si impegna al di sopra delle proprie responsabilità e inizia a
primeggiare nelle scuole e sui posti di lavoro nei confronti dell’abulia dei
nostri giovani. Se a questo aggiungiamo che alcune fasce di immigrazione sono
al centro dello spaccio delle varie droghe che annientano ancor più la volontà
di azione dei nostri giovani, ci rendiamo conto di quale sarà la classe
dirigente del futuro e di quali prospettive ci sono per l’Italia.
Bisogna
urgentemente correre ai ripari. E’ un problema strettamente connesso alla
questione morale: in quella sede abbiamo prospettato una serie di proposte per
venirne fuori.
LA POLITICA
Cosa è la politica? Quando un atto, un’azione può
definirsi politico?
Nel
“vocabolario” della mia formazione giovanile la politica veniva definita così:
“Proiezione temporale di valori che trovano, in una grande forza di speranza
collettiva, la tecnica capace di forgiare il Destino delle società umane. Ha la
priorità rispetto all’economia che da essa dipende.”
Questa
definizione nasce dalla considerazione che “la politica è l’arte ed il metodo
di assicurare la pace, la prosperità e la continuità dei Valori naturali delle
società umane.” In questo quadro non vi è spazio per lobbies e conventicole o
interessi particolari e personali. Per tali ragioni oggi non esistono più i
politici ma solo una “genia”, più o meno scaltra, di servitori di interessi
altri che non hanno alcun altro obiettivo che non sia riferito al proprio
arricchimento personale a prescindere dalla crescita comunitaria.
La Politica,
al contrario, deve avere un solo obiettivo: la conquista del potere; e,
spesso, questo obiettivo, soprattutto oggi, non coincide con la conquista del
Governo. Anzi, spesso, i detentori del potere lasciano conquistare il Governo a
persone che sono completamente al loro servizio, in modo da allontanare se
stessi dal pericolo di diventare i reali obiettivi dell’azione politica,
riducendo una qualsiasi azione che dovrebbe essere politica a pura e semplice
amministrazione.
Anche il
potere non va considerato come fine, ma solo come il mezzo per instaurare un
Nuovo Ordine. Da qui discende che un’azione politica è sì la marcia verso
l’obiettivo ma è anche la definizione dei principi.
La strategia.
Una volta
definito l’obiettivo è importante stabilire la strada maestra su cui muoversi
per raggiungerlo. Questa strada si chiama strategia.
Infatti recita
sempre il “vocabolario” citato:”La strategia è l’arte di indirizzare un
movimento alla conquista di obiettivi politici prestabiliti.”
Dall’analisi
esposta precedentemente nasce spontanea la definizione di un percorso politico:
rendersi interpreti del profondo malessere che serpeggia nel Mondo e, in
particolare, in Italia.
Malessere che
non è solo il frutto della profonda crisi economica che, anzi tende solo a
coprire le reali cause della crisi, ma è soprattutto frutto dei non valori
messi al centro della vita, ormai senza scopi, se non materiali, della supremazia del materialismo edonistico
e dell’economia, della mancanza di pulsioni ideali e della profonda
insoddisfazione per mancanza di obiettivi alti.
Questo
malessere, per lo meno in Italia, si percepisce sempre più nelle nuove
generazioni alle quali abbiamo tolto la voglia di sognare, di lottare e
soprattutto di competere. Un giovane che non abbia voglia di cambiare il mondo
ha perso la sua spinta vitale, è invecchiato precocemente, non potrà diventare
mai un futuro quadro dirigente.
La tattica
Nel quadro del
percorso strategico delineato bisogna individuare le tappe intermedie che ci
avvicinino all’obiettivo. Ogni fase di questo percorso che ha propri obiettivi
politici ben definiti rappresenta una scelta tattica. La tattica può anche
variare, oltre che nel tempo, anche da luogo a luogo purchè tutte le scelte
siano tutte funzionali alla strategia generale.
Il fiorire di
iniziative politiche tutte riferibili alla nostra prospettazione strategica ma
prive della necessaria finalizzazione politica rendono evidente quale debba
essere il nostro primo obiettivo tattico: la creazione del partito di
riferimento.
E’ evidente che La
Destra può diventare lo strumento adatto allo scopo solo che si renda
interprete da una parte del malessere generale esistente nella nazione,
dall’altra si proponga come collettore di tutte le istanze di rinnovamento e
cambiamento in chiave etica, sociale ed identitaria..
LO SPAZIO POLITICO
Dagli elementi
sviluppati fino a questo momento emerge a colpo d’occhio l’enorme spazio
politico lasciato libero. Infatti non vi è forza politica che sia alternativa
al sistema liberal-democratico. Quelle che falsamente si presentano come tali –
vedi i rottami del comunismo – sono in effetti, come abbiamo già visto,
sostenitrici del sistema capitalista, anche se di un capitalismo di stato. Questo
sistema ha, come abbiamo visto, consentito la concentrazione del potere nelle mani di una piccola oligarchia
finanziaria mondiale attraverso l’indebitamento degli stati e, per sua stessa
natura, è incapace di risolvere le drammatiche situazioni debitorie create
dalla società dei consumi. Per tale motivo, l’unico mezzo per la sopravvivenza
di questa forma di potere è l’eliminazione di qualsiasi forma di opposizione
reale. Pertanto, se lo spazio politico esistente è enorme, diverso è il
problema relativo alla possibilità di occupazione dello stesso.
Area di opposizione
.E’ evidente
che le considerazioni in premessa ci portano ad identificare lo spazio politico
da occupare in una vasta area di opposizione globale alla liberal-democrazia in
tutte le sue componenti. Oggi, il nuovo sistema elettorale in Italia consente
la possibilità di alternanza tra i liberal-democratici di destra (attualmente al governo) ed i
liberal-democratici di sinistra che svolgono un ruolo di sedicente opposizione
nell’ambito dello scontro tutto interno al capitalismo di cui abbiamo già
parlato.
In questo
gioco delle parti nessuno si pone il problema del popolo da governare, ma solo
quello di risolvere i guai economici all’interno delle regole di mercato che,
per definizione, rendono irrisolvibile tale problema. Infatti tali regole
possono essere considerate assolute solo se ci si rende conto che a
determinarle sono esclusivamente i controllori delle risorse e delle ricchezze
le quali, per essere concentrate in poche mani, permettono a questi di incidere
sui mercati nei modi voluti, impedendo così ai popoli una libera vita di
comunità,come l’andamento della “borsa” in questi giorni dimostra.
In questa area
di opposizione si pongono tutte le zone di malessere che, paradossalmente,
abbiamo indicato come “sintomi positivi” in una precedente sezione di questo
scritto.
Cultura di opposizione
Se è vero che
questa area è molto vasta, è altrettanto vero che, soprattutto in Italia, manca
una vera cultura dell’opposizione. Probabilmente ciò è dovuto, da una parte,
alla ideologicizzazione dello scontro, negli anni passati, che ha snaturato le
energie oppositorie nello sterile confronto “fascismo-antifascismo”;
dall’altra, all’incompleta formazione di una coscienza civica capace di far
comprendere la necessità di un destino comune e soprattutto di un’autotutela dei
propri diritti.
Se poi
consideriamo che in Italia per decenni è esistito un forte partito
comunista,che ha fatto passare per opposizione il tentativo di modificare i
rapporti economici all’interno di una società sempre nel rispetto delle regole
del mercato, ci rendiamo conto di quanto la sedicente opposizione fosse al
servizio del capitalismo internazionale.
Oggi,
pertanto, a maggior ragione diventa indispensabile creare una cultura di
opposizione globale capace di proporre soluzioni alternative che possano
effettivamente affrancare l’Italia prima e l’Europa poi dal vincolo dello
strozzinaggio delle banche internazionali che attraverso l’indebitamento ed i
conseguenti alti interessi per la restituzione sono diventate le vere padrone a
casa nostra.
Tutto questo
vogliamo proporlo alla gente qualunque sia stato il suo passato politico perché
possa insieme a noi ricostruire la propria dignità di nazione autonoma.
Quindi cultura
di opposizione che abbracci tutte le fasce anticapitaliste e sappia realizzare
una reale contrapposizione culturale. C’è in Italia una fiorente letteratura
metapolitica che propone soluzioni politiche nuove, diverse, originali. Però
nessuno è capace di trasferire questa elaborazione in impegno civile per
trasformare in concreto ciò in cui si crede.
Verso l’obiettivo
La principale
difficoltà nel tratteggiare un manifesto di riforme consiste proprio nel
condizionamento psicologico che deriva dal contrasto tra utopia rivoluzionaria
ed intervento sul presente. Questo dilemma, rivoluzione-riformismo, determina
un inevitabile immobilismo ed un’assenza sostanziale dalla dialettica politica
che si sviluppa nell’immediato. Dobbiamo saper distinguere i due aspetti del
problema, cominciando a porci nella condizione di affrontare tatticamente la riforma
in modo che non contrasti con lo scopo strategico.
L’importante è che tutto ciò che proporremo sia in linea
con i nostri obiettivi e risponda ai nostri principi base: il rispetto della
centralità dell’Uomo creatore, la riaffermazione della libertà personale nel
contesto equilibrato delle libertà comunitarie, la supremazia della politica
sull’economia, la giustizia nella differenza, il rispetto della diversità
nell’unità di Destino, l’Autorità come servizio e non come privilegio, la
Solidarietà come cemento della Comunità. Da questi valori devono irradiare
linee differenziate, ma non contrastanti, di una nuova progettualità politica.
La crisi del
sistema politico si è manifestata in Italia in modo repentino e si è cercato di
risolverla semplificando il quadro politico, dapprima, attraverso il
bipolarismo, dopo, attraverso il bipartitismo, tentando con l’inganno
dell’alternanza di eliminare le opposizioni. Ecco perché il nostro compito
principale diventa quello di costruire un’alternativa reale alla liberal-democrazia,
tenendo presente che i nostri interlocutori in questo momento sono inseriti confusamente all’interno dei due poli.
D’altra parte il crescere di formazioni terze, quali la Lega, l’Italia dei
Valori, l’UDC, mal amalgamate con i
soggetti principali (Pdl e PD), ci documenta in modo palese, assieme al forte
sviluppo dell’astensionismo elettorale, che il bipartitismo è fallito e che
esiste una insoddisfazione dell’elettorato ad essere ingabbiato nel bipolarismo
ed una forte carenza di rappresentatività in questa formula di partecipazione.
Questa
constatazione unitamente al grande flusso migratorio di voti da un partito
all’altro ci fa intuire l’importanza del momento politico che stiamo vivendo.
La evidente crisi di rappresentatività del sistema politico potrà essere
superata soltanto quando lo Stato saprà riassumere la funzione di sintesi di
tutte le sue componenti. Nessun settore intende più sentirsi escluso. La
partecipazione non può più essere limitata alle periodiche consultazioni elettorali,
ma richiede organismi istituzionali che la rendano effettiva. I cittadini non
si accontentano più di essere trattati come automi, ma vogliono essere inseriti
in strutture attraverso le quali salvaguardare direttamente la propria sfera di
interessi, materiali ed esistenziali. Partendo da questa valutazione possiamo
iniziare a delineare le riforme per costruire una Comunità, come l’abbiamo
sempre sognata.
La
Repubblica Presidenziale.
Il Presidente di tutti gli Italiani deve essere
eletto dal popolo ed oltre la funzione di garanzia istituzionale dell’unità e
dell’identità nazionale deve avere la possibilità di intervenire nei conflitti
tra i poteri dello Stato e tra le sue componenti.
Le Camere
Le Camere
devono essere due ed entrambe elettive. La prima deve essere espressione dei
territori, attraverso collegi territoriali uninominali, dove le candidature non
devono essere espressione di partiti politici, ma di un congruo numero di
elettori del territorio. La seconda deve essere una Camera delle funzioni dove
vengono rappresentati i cittadini a secondo delle funzioni che svolgono, sia
nella vita lavorativa che nella vita sociale. In questo caso hanno una funzione
importante sia i sindacati, che devono essere riconosciuti e riformati, secondo
il dettato costituzionale, sia le associazioni, che devono essere iscritte in
appositi albi, sia i partiti politici.
Lo Stato Federale
In una siffatta impostazione dello Stato è possibile
parlare di Stato Federale, composto di Regioni con maggiori poteri in modo da
ridurre la burocrazia statale e da rendere la vita politica più partecipata.
Però le regioni vanno ridisegnate secondo valutazioni di natura storica, di
omogeneità culturale e di peculiarità territoriale. Il Consiglio regionale deve
essere composto come la Camera delle Funzioni con in più i rappresentanti dei
sindaci.
LA PARTECIPAZIONE.
E’ chiaro che in questo quadro di riforme
istituzionali l’elemento principale di riforma è quello che individui le
formule per interpretare in modo più schietto la partecipazione dei cittadini
alla vita politica ed amministrativa della società.
Questo va ravvisato in un organico concetto di
associazione: associazioni territoriali, associazioni di settore e categoria,
associazioni che affrontino i vari aspetti della vita sociale da quello
sportivo, a quello culturale, da quello politico a quello ambientale, da quello
commerciale a quello formativo e via di questo passo. Il tutto caratterizzato
dall’elemento del volontariato.
Il
volontariato.
Infatti per noi il volontariato ha un senso se è
collegato ad un concreto impegno politico e sociale, altrimenti diventa un mero
sostituirsi allo stato che non è in grado di assolvere alle proprie funzioni.
Uno stato di questo genere non ha alcun diritto di esistere perché è la negazione
di se stesso.
Il riflusso delle più valide energie dei nostri
giovani nel volontariato è il segno più evidente della resa senza condizioni
nei confronti di tutte quelle forze che hanno generato il malessere di cui
parliamo. Queste energie devono tornare all’impegno civile e politico per poi
fare di questi sforzi nel volontariato l’ asse portante del nuovo stato che
dobbiamo andare a disegnare e costruire.
Ovviamente, le associazioni di cui parliamo devono
avere un riconoscimento ufficiale che
possa far esprimere esponenti da eleggere secondo lo schema della seconda
Camera di cui sopra. E’ chiaro che in questo contesto hanno una funzione anche
i partiti che esprimono la componente più politica della società. Questi
partiti, però, al contrario di oggi, come tutte le altre associazioni, devono
essere forniti del riconoscimento e devono esprimere solo una parte degli
eletti, nella seconda camera.
LA QUESTIONE MERIDIONALE.
Si fa un gran parlare in questi giorni di regioni
virtuose e di regioni scialacquone, fingendo di dimenticare come si siano
verificate tali condizioni. Non ci si ricorda dei sussidi cospicui in tutti i
settori, ma in particolare nell’agricoltura e nell’allevamento, che in alcune
regioni del Nord si sono elargiti a piene mani per costruire e tutelare i
grossi serbatoi di voti democristiani e socialisti prima, leghisti dopo; si dimenticano i forti sussidi statali alle
grandi fabbriche del nord; si finge di non sapere che della cassa
integrazione ha usufruito soprattutto
l’industria del nord a spese di tutti gli Italiani; viene ignorato il
saccheggio sistematico delle risorse della vecchia Cassa per il Mezzogiorno da
parte di industrie del nord che fingevano di spostarsi al sud per ottenere
lauti finanziamenti a fondo perduto per poi lasciare deserti e macerie.
Sicuramente tutto questo si è svolto con la
complicità dei politici del sud che negli anni hanno preferito un tornaconto
personale allo sviluppo del proprio territorio.
Tenere i propri concittadini in stato di bisogno e
di sudditanza rende più facile al momento del voto ottenere i consensi, perché
il voto si compera ed a basso costo. In questo modo si è piegato l’orgoglioso
ed alacre carattere delle genti meridionali, il cui unico momento di riscatto e
di ribellione rimane mettersi nelle mani della malavita organizzata che da una
parte risolve il problema economico, da un’altra sembra essere un contropotere
ma soprattutto è la più aberrante forma di schiavismo e prostituzione degli
uomini e delle loro anime.
Il problema specifico del Sud Italia, oltre a tutti
i problemi nazionali, è proprio la sua classe politica che deve essere
radicalmente mutata, non solo come uomini, ma soprattutto come approccio alla
politica ed alla tutele del territorio. Restituire alle popolazioni la consapevolezza
del loro ruolo, che già emerge nelle frange giovanili, può diventare la molla
del riscatto sociale perché il Meridione torni a reclamare la compensazione di
tutti i saccheggi perpetrati ai suoi danni dall’unità d’Italia ad oggi.
Riconoscere questa grande verità è un ulteriore
passo verso il rafforzamento del sentimento unitario nazionale in vista
dell’integrazione politica europea.
LA QUESTIONE SETTENTRIONALE.
E’ chiaro che oggi accanto alla questione
meridionale va considerata una concreta, ma diversa questione settentrionale:
come recuperare a un sentimento nazionale un Nord a forte impronta leghista?
Esiste questa possibilità di recupero e come può essere realizzata?
La pessima immagine, che ha dato di sé la classe
politica nostrana e soprattutto quella del Sud, ha creato una poco veritiera
concezione delle cause del divario tra Nord e Sud; il fatto stesso che buona
parte degli aderenti alla Lega siano meridionali trasferitisi nelle regioni
settentrionali la dice lunga su come si sia creata una distorsione delle
valutazioni.
La secessione del Nord viene alimentata dalla errata
considerazione che, senza il “fardello” meridionale, la Lombardia, il Veneto ed
il Piemonte sarebbero più ricche e meno oberate di tasse. Non viene valutata
l’ovvia realtà che il Nord, senza il Sud, diventerebbe il sud dell’Europa,
mentre un vero rilancio di tutta l’Italia si avrebbe se la penisola tutta,
politicamente solidamente unita, diventasse il ponte di dialogo politico ed
economico con le nazioni dell’altra sponda.
Se poi valutiamo che la propensione dei
settentrionali verso convincimenti astorici, ma che presuppongono un
radicamento territoriale, è separatista solo per errati calcoli di natura economica, ci rendiamo conto che
esiste un sentimento nazionale unitario che può essere recuperato. Questo può
accadere ristabilendo la verità storica e recuperando lo spirito di
appartenenza secondo quanto da noi enunciato in precedenza.
In questo quadro è chiaro che dobbiamo, attraverso
le nuove percezioni, completare l’opera di nazionalizzazione delle masse, per
far sì che le nuove forme di partecipazione non diventino espressione di
egoismi corporativi.
FACCIAMO CHIAREZZA
Non dobbiamo e
non vogliamo nasconderci dietro un dito, ma dobbiamo per chiarezza dire tutta intera
la verità e dirla nei suoi reali connotati.
Noi
rivendichiamo tutta e intera la nostra storia e tutto il nostro patrimonio
culturale. Proprio per questo non possiamo e non vogliamo recidere alcuna parte
del nostro cammino nella recente storia d’Italia.
I nostri
riferimenti sono l’attualismo di Giovanni Gentile, la visione di nazione e di
Europa in Dante Alighieri, la difesa dei Valori di Julius Evola,
l’antidogmatismo di Ugo Spirito, la concezione del lavoro di Filippo Corridoni,
la valorizzazione del lavoro e la critica al liberalismo di Pierre Joseph
Proudhon, la concezione della socialità nello stato di Beppe Niccolai, la
visione dinamica ed universale della politica di Berto Ricci, la
interpretazione della Repubblica e dell’Europa in Giuseppe Mazzini, la
geopolitica di Carlo Terracciano, il pragmatismo trascendentale di Adriano
Tilgher, lo stile ed il comportamento in Niccolò Giani.
Riferimenti
forti e significativi che ci portano ad affrontare in modo chiarificatore il
nostro rapporto con il Fascismo.
Il Fascismo è un fenomeno troppo complesso per essere valutato o definito in modo breve.
Per indispensabile chiarezza, su questo termine tanto “manomesso”, secondo noi
il Fascismo prima di essere fatto politico, è uno stile di vita, che si può riconoscere
in chi cerca di realizzare i Valori
fondamentali dell’Uomo: coraggio, lealtà, onestà in uno spirito di solidarietà.
Tutti coloro che, nella loro vita, cercano di realizzare tali Valori possono, a
buon diritto, definirsi Fascisti.
In politica
Il
Fascismo politico è, come ovvio, figlio del suo tempo e nasce come sintesi di
due grandi fenomeni che furono il nazionalismo interventista ed il sindacalismo
rivoluzionario. Attraverso questa sintesi la grande personalità di Benito
Mussolini riuscì a far convivere uomini e idee tra loro apparentemente
inconciliabili: il decadentismo di D’Annunzio con il futurismo di Martinetti, i
monarchici reazionari, come De Vecchi, con gli anarchici individualisti, come
Gioda, gli agrari come Caradonna con il sindacalismo rivoluzionario di Luigi
Razza, e via di questo passo.
Quali furono
gli elementi caratteristici sul piano politico? Sicuramente un’attenzione
particolare verso la parte più debole del popolo e verso la costruzione di uno
stato sociale che si manifestò sia attraverso gli interventi concreti
(bonifiche, acquedotti, magistratura del lavoro, inps, onmi, ecc), sia
attraverso le riforme istituzionali (corporativismo durante il regime,
socializzazione nella RSI). L’atteggiamento
prevalente, comunque, come descritto
nella Dottrina del Fascismo, fu di pragmatismo attivistico, di slancio verso il
futuro e di apertura ai giovani.
Fu un fenomeno
di destra o di sinistra? Proprio per le sue caratteristiche e per i compromessi
cui fu costretto nella prima fase, lo si può collocare solo al disopra di tali
definizioni; infatti furono centrali della sua azione un principio caro alla
destra, l’amore per la Patria, ed un principio caro alla sinistra, il Lavoro
come fatto nobilitante. Non è un caso che aderirono al primo fascismo uomini
come De Vecchi e De Bono e uomini come Panunzio e Razza, né che fecero parte
del regime personalità come Gentile e Starace e uomini come Berto Ricci e
Niccolò Giani, né che la RSI vide l’adesione del Generale Graziani e del
Comandante Borghese, ma anche di Pavolini e Bombacci.
Alcune
considerazioni a parte merita il neofascismo. Il cosiddetto neofascismo poco ha
preservato dell’identità fascista. Infatti la maggior parte di coloro che si
dicono eredi di quell’idea ha sminuito il Fascismo nel mero fatto politico
assumendo stili degenerati e comportamenti scorretti propri della società in
cui viviamo. Ma anche sul piano politico o ci si è schierati sul fronte del
liberismo o si è scaduti nel formalismo ripiegato su se stesso e comunque ci si
è nella maggior parte dei casi confusi con la destra politica arrivando ai
risultati ben visibili oggi. Da una parte, alcuni neo-fascisti si sono definiti
post-fascisti (frase che non significa nulla se non, per dirla con Enzo Erra, i fascisti alla ricerca del posto) e sono passati al servizio
dei poteri forti illudendosi, con l’occupazione di poltrone anche di governo,
di essere al potere; da un’altra, altri neo-fascisti si sono sforzati di
immedesimare tutto ciò che di negativo la propaganda avversaria aveva inventato
sulle spalle del fascismo per cui razzisti, spacciatori, criminali di ogni
sorta e specie, violenti gratuiti ed altro ciarpame del genere hanno iniziato a
riconoscersi sotto insegne che con loro non avevano nulla a che spartire. Quelli, numerosi, che potevano
rappresentare la continuità di quella grande idea, che non sono mai stati
neo-fascisti ma che potevano essere annoverati tra i Fascisti, non sono stati
capaci,di camminare al passo con i tempi, rimanendo ancorati per lo più ad un
linguaggio ed a una simbologia per iniziati, incapaci di aggregare, se non
piccole comunità, e quindi improponibili sul piano politico.
Oggi noi
vogliamo cercare di realizzare , in continuità con il nostro passato, lo stile
di vita per tornare ad abituarci a vivere secondo i valori fondamentali
dell’uomo. In questo quadro tutto etico intendiamo portare le nostre proposte
politiche tese alla realizzazione dello stato sociale in un’Italia identitaria
federata in un’Europa unita con slancio verso il futuro, aprendo ai giovani e
servendoci, nell’azione, di un indispensabile pragmatismo.
Assieme a
queste linee di rotta, dobbiamo sentire la responsabilità piena del patrimonio
ideale che abbiamo delineato in questo documento e dobbiamo adoperarci perché
queste idee possano essere prima conosciute e poi condivise. Pertanto dobbiamo
avere l’intelligenza di cogliere le occasioni che la realtà politica ci offre,
senza nulla togliere alla nostra dottrina di base.
Per questo
dobbiamo considerare possibili le alleanze purché veniamo considerati per
quello che siamo, senza abiure e senza infingimenti, con la nostra storia ed i
nostri percorsi personali, fondamentali per ricreare un autentico spirito di
unità nazionale, e purché tutto si svolga in condizione di pari dignità e rispetto, come si usa fare con tutti coloro con cui
si fa un pezzo di strada insieme.
MOZIONE
Diventa
evidente, in questo contesto, l’enormità dello spazio politico da occupare e le
difficoltà che emergono, sia per la diffidenza della gente nei confronti di ciò
che in questi anni è stato propinato come politica, sia per le leggi elettorali
ad arte costruite per contrastare ogni possibilità di opposizione concreta, sia
per il disorientamento che la toponomastica partitica ha subdolamente
costruito.
Noi che ci
vantiamo di essere gli eredi di una grande concezione politica e di una
dottrina che ha costituito una vera e propria scuola di vita, abbiamo sempre
creduto nell’esistenza di una massa di Italiani che credono nell’idea di
Nazione, che auspicano il ritorno di una vita che persegua i valori
fondamentali dell’Uomo, che cercano nell’etica, nel sociale e in una nuova e
diversa concezione del lavoro, gli elementi base di una rinascita nazionale.
Questa opinione avrebbe dovuto rappresentare lo zoccolo duro della nostra forma
partito.
Tutto questo
non è!
Nei vari test
elettorali che si sono succeduti La Destra non è riuscita a raccogliere il voto
di opinione anzi questo si è andato assottigliando sempre più.
Ciò va
analizzato attentamente, soprattutto in considerazione della notevole
trasmigrazione di voti che avviene tra un’elezione ed un’altra e del sorgere di
improbabili movimenti contestativi e di protesta, come il Movimento Cinque Stelle
e l’Italia Dei Valori. Movimenti improbabili perché da una parte sono diretti o
da attori o da magistrati, quindi persone, in ipotesi, migliori dei trafficanti
che gestiscono oggi la cosa pubblica, ma anche incapaci di affrontare, per il
ruolo diverso che hanno nella società, le grandi crisi che stiamo
attraversando, dall’altra perché ripercorrono la personalizzazione della
politica, che con il crollo del berlusconismo è ormai destinata a soccombere.
La prima
domanda che sorge spontanea è: perché, proprio noi, non riusciamo a raccogliere
un voto d’opinione?
Intanto
dobbiamo chiederci se, in effetti, siamo mai riusciti ad esprimere e,
soprattutto, a far percepire un’opinione differente da quella che in qualche
modo fa intuire quel magma amorfo che è il PDL . Poi dobbiamo riflettere con
attenzione su cosa abbiamo fatto, in concreto, per mantenere legata a noi la
tradizione politica e culturale di cui diciamo, in silenzio, di essere eredi.
Credo che
queste premesse ci diano già una risposta esauriente, infatti, non siamo
percepiti come partito diverso dal PDL, né siamo riconosciuti come eredi di una
storia politica che, partendo dalla RSI e passando per il MSI, non ha voluto
confluire nel Partito Popolare Europeo.
Questa nostra
incapacità politica a costruire e raccogliere un voto di opinione è aggravata
dal fatto che in quattro anni di vita del nostro partito non siamo riusciti a
far capire che “La Destra” è un partito a se stante e non la costola di
un’altra formazione più grande, il PDL. L’equivoco è reso più evidente dal fatto che gli
esponenti della sinistra si rivolgono agli uomini del Pdl chiamandoli destra.
Tutte queste
considerazioni ci impongono una serie di scelte che riguardano sia
l’impostazione politica del partito, sia il modo di proporsi dello stesso, che
la sua organizzazione.
Sul piano
politico diventa essenziale differenziarci in modo netto dal PDL e dalla LEGA
che devono e possono essere i nostri potenziali alleati contro una sinistra
sempre più liberista e sempre più legata ad un passato che, per fortuna, non
tornerà più ed al contempo portatrice di tutta la negatività che modernismo,
relativismo e positivismo hanno insegnato in questi assurdi ultimi decenni.
Rimarcare la
differenza è per noi facile e semplice,
perché non essendo al servizio delle “lobbies” finanziarie, né di qualsiasi
altro gruppo di pressione, possiamo indicare l’unica ricetta per uscire dalla
grave crisi economica che stiamo vivendo.
Intanto va
precisato che la crisi in atto è endemica alla concezione liberista che domina
la scena mondiale, ed è frutto dell’assenza della Politica e della enorme crisi
culturale che l’Italia ,in particolare, ed il mondo, in generale, stanno
attraversando. Il trionfo del pensiero debole, che è sinonimo del non pensiero,
la dice lunga sulle ragioni del disagio e del malessere che serpeggiano
nell’umanità.
Uscire dal
liberismo e liberarci dalla dittatura delle leggi di mercato, come unico
regolatore dei rapporti tra gli uomini, è, in questa fase, essenziale: per
questo dobbiamo iniziare a proporre soluzioni che sono nella pancia degli
Italiani e che rispondono a questa logica; soluzioni che per essere in
controtendenza non possono diventare patrimonio di chi è ossequioso ai dettami
del sistema bancario e finanziario che ci sta strozzando.
DOPPIA CIRCOLAZIONE MONETARIA
Quando fu
introdotto l’euro, questa moneta, che ci ha resi tutti più poveri, fu valutata,
con la complicità dei politici dell’epoca, molto di più del suo valore
effettivo, soprattutto in relazione a quanti sforzi faceva l’Italia in quel
periodo.
Il vero danno
però è stato aver regalato la nostra sovranità monetaria ad un istituto
bancario privato, la BCE, che di europeo ha solo il nome ma che è una banca
privata come tante altre; e noi conosciamo benissimo il cinismo che
caratterizza i consigli di amministrazione delle banche nei confronti dei
pensionati, gli anziani, i disoccupati, insomma i ceti deboli.
Infatti
Duisenberg, il primo presidente della BCE, appena entrato in vigore l’euro,
dichiarò che da quel momento la politica economica delle nazioni europee
l’avrebbe fatta lui con il suo consiglio d’amministrazione, esautorando, in tal
modo, i governi nazionali e mettendo in crisi i fondamenti dello stato sociale.
Oggi, al fine
di tutelare gli interessi nazionali, dobbiamo tornare alla lira per una circolazione
monetaria interna che ci renda la sovranità sulla nostra politica
economica: una lira, ad esclusivo
uso del mercato interno, gestita dalla Banca d’Italia che deve, però,
diventare, contrariamente alla condizione attuale, un Istituto totalmente
pubblico e sotto il diretto controllo dello Stato, perché la moneta deve essere
proprietà dei cittadini e la banca centrale ne è solo il gestore. Si eviteranno
così il cappio del signoraggio bancario e la gestione usurocratica del credito.
In ambito al
commercio estero si può continuare ad utilizzare l’euro purché ci si affretti a
costruire una federazione degli stati europei con un governo unico che gestisca
la politica del continente e che sia il controllore di una Banca europea anche
questa interamente pubblica e sotto lo stretto controllo del potere politico,
contrariamente a quanto sancito dal Trattato di Lisbona.
Si eviteranno
in tal modo la schiavitù monetaria e la gestione finanziaria dell’economia
delle nazioni europee nel loro complesso.
SCIOGLIMENTO DELLA NATO
E’ chiaro che
questo progetto può giungere a compimento solo con la realizzazione di
un’autentica nazione “Europa” secondo lo schema da noi precedentemente
delineato, che deve portare allo scioglimento della NATO, in quanto sono venute
meno le ragioni storiche per cui fu creato tale strumento. Infatti non esistono
più né il pericolo sovietico, né il mondo diviso in due blocchi, come fu
disegnato a Yalta. Quello che serve oggi è un esercito europeo integrato a comando unico europeo che serva da reale strumento di difesa degli interessi europei.
RITIRO DELLE TRUPPE DAGLI SCACCHIERI DI
GUERRA
Nella
prospettiva di creare la nazione Europa dobbiamo fare leva sugli interessi
nazionali ed internazionali italiani per giustificare una nostra partecipazione
alle guerre o “missioni di pace”, che dir si voglia, in atto.
Non essendoci
alcuna utilità, né diretta né indiretta, alla nostra partecipazione militare è
da programmare un ritiro immediato delle nostre truppe da tutti i territori che
vedono impegnati i nostri militari in azioni di guerra.
In conseguenza
di questa decisione possiamo, da una parte, recuperare un rapporto corretto con
le nazioni del medio-oriente, dall’altra contrattare una compensazione sia per l’utilizzo
di basi in territorio italiano, sia per gli enormi danni economici che abbiamo
subito, in modo particolare per la nostra partecipazione al conflitto libico.
Queste nostre
legittime rivendicazioni potrebbero essere superate solo da un interesse superiore
europeo, se esistesse un’ unità politica e non solo monetaria per la quale
servisse il sacrificio di un interesse particolare.
LA BORSA E LA CRISI FINANZIARIA
Queste
considerazioni si abbinano con il tentativo in atto in questi giorni di porre l’Italia
sotto una più gravosa e pesante tutela a causa della crisi delle borse e della
finanza. Il tentativo di scaricare sui popoli e sulle economie nazionali i
fallimenti dei grandi speculatori e delle banche va rigettato totalmente
assumendo anche delle posizioni rivoluzionarie che sconvolgano il castello di
carte costruito dai gestori della finanza mondiale.
Il mercato
finanziario e quello borsistico sono mercati fittizi che sono serviti ai grandi
speculatori mondiali per rastrellare il risparmio delle famiglie e per creare
debiti pubblici basati su pezzi di carta, per cui hanno emesso denaro cartaceo
e azioni cartacee per simulare una ricchezza che di fatto ha soltanto sottratto
risorse a chi invece di speculare si è rimboccato le maniche ed ha lavorato.
La borsa è una realtà che andrebbe chiusa e
soppressa così i grandi manovratori della finanza si troverebbero in mano
solo carta straccia priva di qualsiasi valore e la smetterebbero di
globalizzare la miseria e la fame per i loro sporchi intrighi finanziari.
RECUPERO DEL DEBITO PUBBLICO
In tal modo
anche il debito pubblico sarebbe ridotto e sarebbe più facile ricondurre in tempi
brevi all’azzeramento dello stesso attraverso la promozione e la tutela dei
prodotti e delle ricchezze nazionali ed il protezionismo sulle importazioni
soprattutto nei confronti delle nazioni che utilizzano lavoro nero, lavoro
schiavistico, lavoro senza tutele e lavoro minorile.
Una tale
politica abbastanza complessa per un micro territorio quale quello italiano
diventa praticabile se si considera la nazione Europa e la sua proiezione
eurasiatista.
IMMIGRAZIONE
E’ questo il
problema su cui il “buonismo” ha fatto più danni. Questo assurdo atteggiamento
voluto soprattutto da chi aveva bisogno di lavoratori in nero e sottopagati ha
creato un’ enorme mole di disfunzioni che vanno dalle difficoltà per gli
Italiani indigenti nell’accedere ai servizi sociali, a quelli sanitari, agli
asili nido ed alle case popolari, alla riduzione di posti di lavoro, dalla
compressione delle garanzie sociali, alla accettazione della riduzione dei
compensi.
Il rischio è di
portare un popolo socievole ed accogliente come quello italiano verso la
xenofobia e l’odio razziale.
Non è un caso
che il ceto borghese medio alto (radical chic) indulge in questo buonismo
d’accatto, mentre i ceti più popolari e proletari diventano sempre più
insofferenti ed astiosi verso i nuovi venuti.
Chi dice che “
gli extracomunitari accettano lavori che gli Italiani non sono più disposti a
svolgere” dimentica di aggiungere che sono disposti anche ad accettare un
salario che il lavoratore italiano non può più accettare passivamente per le
esose spese sociali cui è soggetto.
La società
multirazziale e multiculturale è fallita, come dimostrano i recenti fatti
inglesi, e non poteva essere diversamente ed una propaganda faziosa e pilotata
ha sistematicamente tacciato di razzismo e xenofobia chiunque manifestasse
intenzioni di rigetto nei confronti di presenze estranee alla nostra cultura ed
ai nostri costumi.
Bisogna immediatamente
provvedere a bloccare l’immigrazione e censire gli immigrati presenti sul
territorio nazionale; selezionare quelli che lavorano regolarmente, senza
essere soggetti alla speculazione dei datori di lavoro e nel rispetto delle
leggi nazionali; accompagnare al confine tutti gli altri.
Questa
soluzione drastica ed immediata deve essere seguita, nel tempo, dalla riduzione
delle presenze di immigrati regolari attraverso la costituzione di cooperative
di lavoro nei loro paesi di origine, utilizzando i, non pochi, soldi che la
comunità europea destina per gli aiuti alle nazioni del terzo mondo.
Per evitare che
questi soldi finiscano, come è successo in questi anni, nelle tasche di
speculatori senza scrupoli, o in quelle dei grossi gruppi industriali europei
in difficoltà con la costruzione di inutili cattedrali nel deserto, o per
finanziare il traffico d’armi che alimenta guerre e genocidi tribali, va
costituita una “Commissione europea di aiuti ai paesi sottosviluppati”.
Tale
Commissione dovrà verificare che i finanziamenti europei vengano investiti in opere di
sviluppo sociale necessarie ai territori di destinazione e dovrà provvedere
all’inserimento, in tali opere, delle cooperative di lavoro costituite dagli
emigrati, che così potranno tornare a vivere nella propria terra secondo le
proprie abitudini e culture.
Si otterrà così
la riduzione del fenomeno dello sradicamento sociale, e la diminuzione
dell’impatto della convivenza multiculturale che sta creando tanti problemi.
RIFORMA DELLA GIUSTIZIA
Il ruolo
fondamentale svolto dalla Magistratura in questi decenni nella lotta al
terrorismo, prima, ed alla criminalità organizzata, dopo, ha indotto alcuni
esponenti di questa Istituzione a ritenere che il potere giudiziario fosse
qualcosa di superiore rispetto agli altri poteri dello stato al punto che molti
magistrati si sono sentiti in dovere, senza licenziarsi dal ruolo, di
partecipare, attraverso il voto, alla carriera politica ed al potere
legislativo, venendo meno a quella separazione dei poteri che è una delle
garanzie essenziali della nostra Carta Costituzionale.
Altri
magistrati hanno cercato la notorietà attraverso la diffusione a mezzo stampa
di inchieste che sarebbero risultate più serie, se avessero goduto del
necessario riserbo; altri ancora hanno cercato di indirizzare il corso degli
eventi politici attraverso inchieste, troppe volte forzate o nei contenuti o
nei tempi o nelle modalità di svolgimento.
Ciò ha
ingenerato una diffusa sfiducia nella giustizia.
Se a tutto
questo aggiungiamo gli interminabili tempi di durata sia dei processi penali
che di quelli civili e l’assoluta mancanza di certezza della pena nella cause
penali, ci rendiamo conto di quanta ragione ci sia in chi diffida della
giustizia italiana.
In tali
condizioni è indispensabile portare a compimento una riforma complessiva della
giustizia che renda il giusto ruolo a questa istituzione e le ridia
l’onorabiltà e rispettabilità che è propria della maggior parte degli operatori
di questa istituzione.
La prima
riforma essenziale è la separazione delle carriere affinchè il Pubblico
Ministero, che svolge un ruolo di indagine non sia collega del giudice
giudicante, che deve essere terzo nel processo rispetto all’accusa ed alla
difesa.
Di conseguenza
va prevista anche la separazione degli organi di autogoverno.
La seconda
riforma per questa categoria,
privilegiata per l’alta funzione, di dipendenti dello stato è l’introduzione
della responsabilità personale per violazioni di diritto.
Di conseguenza,
per la giustizia penale verrebbe a cadere il ricorso al “libero convincimento”
che tanta contraddittorietà ha generato tra le varie sentenze anche di
Cassazione e che ha consentito che si potessero costruire processi e sentenze con
teoremi precostituiti a cui venivano adattati fatti, prove e circostanze.
Il diritto,
sancito dalla Costituzione, di presunzione di innocenza sino alla condanna
definitiva deve portare alla tutela degli imputati dall’aggressione mediatica
mediante leggi adeguate che colpiscano chiunque violi il segreto istruttorio e
tutti coloro che emettano anticipazione di giudizi fuori dalle sedi preposte.
PROPOSTE ORGANIZZATIVE
Uno strumento
come il nostro, impossibilitato, per la propria proiezione politica, ad avere
sistematico accesso ai grandi mezzi di comunicazione, ha necessità di una
struttura il più capillare possibile, per cui deve essere compito di tutti i
dirigenti periferici individuare
referenti territoriali in numero crescente e sempre più capillare.
E’ necessario
che tutti i dirigenti abbiano un ruolo preciso e ben individuato e che lo
svolgano, con risultati concreti, effettivamente. I risultati dei compiti vanno
sottoposti a verifica periodica per consentire il mantenimento del ruolo o la
rimozione.
Le cose più
urgenti da fare nell’immediato sono: analizzare il dato amministrativo paese
per paese; individuare in ogni paese, dove si sono presi voti, la persona
giusta e valorizzarla; cercare referenti nelle zone dove non abbiamo nessuno;
cercare contatti con le realtà vitali della comunità in cui si opera.
Questo lavoro
di capillarizzazione va coordinato ed ovunque deve arrivare la voce del partito
o attraverso bacheche pubbliche o attraverso volantinaggi periodici. Ovviamente
per rendere efficiente questa attività va potenziato ed uniformato il
meccanismo di comunicazione telematica che può aiutarci a dare le stesse
comunicazioni su tutto il territorio nazionale.
I vari eletti e
gli eventuali incaricati negli enti pubblici di nomina partitica devono essere
a disposizione del partito e, pertanto, devono seguire le direttive degli
organi territoriali preposti. Tutto questo genera incompatibilità tra cariche
elettive ed i ruoli di segretario regionale, segretario provinciale o
segretario cittadino.
CONCLUSIONI
Dobbiamo
convincerci, prima noi per, poi, poter convincere gli altri, che il nostro non
è un partito ma il Partito.
Dobbiamo
iniziare a proporci concretamente con azioni mirate e pubbliche come coloro che
si mettono a disposizione per la creazione di uno strumento politico nuovo e
coinvolgente che dia spazi e prospettive a chiunque voglia avvicinarsi;
intendendo per spazi e prospettive, non possibilità di posti o patacche, ma
concrete opportunità di lavoro politico. Consentire cioè a chi voglia
realizzare progetti politici compatibili con la nostra impostazione di trovare
il sostegno possibile.
Proprio per
questa nostra funzione è doveroso intrattenere rapporti con tutte le altre
forze politiche e sociali sempre e non solamente alle scadenze elettorali e
tali rapporti vanno tenuti a livello di delegazione affinché si dia l’esatta
percezione che si ha davanti una struttura e non una persona.
Risulta
indispensabile, per tutte le ragioni su esposte, ripensare il nome del partito, per far sì che sulle idee tracciate
si possa realizzare la massima convergenza senza errori e senza tentennamenti.
Solo così
potremo occupare la grande “prateria politica” che l’apertura “centrista” del
PDL ci sta lasciando ed avere una dotazione di voti con cui tutti vorranno
dialogare.
LE PROPOSTE VERSO L’OBIETTIVO
Nel contesto politico delineato e davanti agli
enormi compiti che ci attendono diventa necessario enucleare una serie di
proposte oggettive su cui imperniare la battaglia politica nei vari settori.
Per la
questione morale:
· Istituzione di gruppi di controllo per la
trasparenza nella pubblica amministrazione;
· Utilizzo di associazioni formate allo scopo per
educare i ragazzi, fin dalle scuole elementari, al senso civico.
Per la partecipazione:
· Formazione di comitati di studio per la
preparazione e l’introduzione di nuove forme partecipative nella vita pubblica;
· Socializzazione delle imprese a capitale
pubblico, inizialmente, almeno al 50%. La loro gestione deve obbedire al
principio partecipativo, sia nella gestione che nelle utilità.
Per lo stato sociale:
· Introduzione del concetto di profitto sociale e
studio delle sue forme di applicazione e distribuzione;
· Adozione di un regime di doppia circolazione
monetaria: una interna, attraverso il ritorno alla lira, questa volta intesa
come moneta a sovranità popolare, ed una per i rapporti con l’Europa ed il
resto del mondo, attraverso l’utilizzo dell’euro.
· Una casa per tutti con il mutuo sociale.
Per il lavoro:
· Incentivazione del microcredito per le piccole
imprese e per le famiglie;
· Introduzione di forti sgravi fiscali per le
imprese che assumono lavoratori a tempo indeterminato.
· Lotta all’usura bancaria
Per il risveglio dello spirito nazionale
· Ripristino nelle scuole, sin dai primi anni,
dell’insegnamento dell’inno nazionale;
· Insegnamento della storia risorgimentale in
chiave critica e non apologetica;
· Intitolazione degli Istituti, delle vie, ecc. in
chiave di recupero della cultura nazionale.
· Scioglimento della NATO per dare vita all’Europa
politica ed alle forze armate europee di difesa.
· Ritiro dei nostri soldati da tutti gli
scacchieri di guerra dove non vi sia un nostro interesse nazionale.









