| 06 Dicembre 2011
Siamo in un momento di grande crisi politica, economica, istituzionale, culturale, morale.
La crisi politica è manifestata in modo evidente dall’aver tutti i nostri politici rinunciato al ruolo che competerebbe loro per mandato popolare, avendo affidato la gestione della politica a sedicenti tecnici, che, quindi, per definizione sono incapaci di modificare il quadro politico entro cui trovare le soluzioni ai grandi problemi del momento.
La crisi economica si percepisce per la mancanza di liquidità, che genera inevitabilmente contrazione dei consumi, con conseguente contrazione della produzione ed inevitabile riduzione dell’occupazione: giro vizioso generato dal ricatto delle grandi centrali finanziarie che, gestendo in proprio l’emissione monetaria, portano gli Stati verso la recessione, per obbligarli a vendere a poche lire i patrimoni industriali e culturali di cui ancora dispongono in abbondanza.
La crisi istituzionale, essenzialmente italiana, trova la sua manifestazione più evidente nell’aver consentito ad un Presidente della Repubblica di liquidare, senza ricorrere alla sovranità popolare, garantita dalla Costituzione, di cui il Presidente dovrebbe essere il garante, tutta la classe politica liberamente scelta dai cittadini.
La crisi culturale trova il suo apice nella scarsezza della produzione culturale causata dalla mercificazione di ogni rapporto umano, che ha sistematicamente impedito il manifestarsi delle qualità autentiche e delle capacità, e dallo sfruttamento a fini partitici di ogni manifestazione creativa così da tarpare l’ansia di libertà di cui deve essere espressione ogni attività artistica.
La corruzione, il malcostume, la degenerazione dei rapporti interpersonali, basati ormai essenzialmente sullo sfruttamento o sessuale o economico del prossimo, la labilità della linea di demarcazione tra lecito ed illecito, il più delle volte posta in punti diversi a seconda se ci riferiamo a uomini legati alle greppie del potere o a comuni mortali, la mancanza di certezza nel diritto, legittimata dalla lunghezza dei processi civili e penali e dalla relatività dell’applicazione delle leggi stesse in base al censo, alla razza e soprattutto ai convincimenti politici, sono le punte di iceberg della grande crisi di valori e soprattutto della morale che sta devastando la nostra nazione.
Come venirne fuori? Come abbiamo detto in altre occasioni, sarà lungo e difficile, ma possiamo ancora farcela. Intanto dobbiamo immediatamente pretendere che la gestione della vita della nazione torni ai politici e subito, prima che i danni diventino irreparabili.
Abbiamo altresì bisogno di tirare fuori una vera classe politica che anteponga l’interesse collettivo a quello personale e che abbia il coraggio e la forza di prendere le decisioni necessarie.
L’Italiano è un popolo capace di grandi cose se ha grandi esempi, di comportamenti abietti se gli esempi della classe dirigente sono pessimi, come nei tempi recenti.
I politici a loro volta devono iniziare a ragionare nei modi che i nuovi tempi impongono. Sicuramente devono programmare tempi lunghi e strategie di largo respiro, perché la globalizzazione c’è e va domata, favorendola in alcuni ambiti e regolamentandola in altri.
Per esempio il villaggio globale dell’informazione va potenziato, mentre adesso è sotto il controllo dei soliti manipolatori; solo la rete, ed anche questa parzialmente, consente di conoscere situazioni che altrimenti rimarrebbero ignote, come la tragedia che si sta svolgendo in Kossovo in questi mesi nel cuore dell’Europa balcanica e sotto gli occhi, vogliamo sperare non complici, delle forze ONU.
La globalizzazione invece dei mercati va controllata magari denunciando l’incapacità del WTO a sanzionare le nazioni che utilizzano lavoro minorile e lavoro schiavistico e , nella migliore delle ipotesi, lavoro senza garanzie.
La Politica dovrà avere questa visione complessiva perché la soluzione delle varie crisi passa attraverso la sconfitta dell’attuale sistema di potere che sta attraversando la sua più grande crisi dalla guerra che ha vinto contro di noi nel 1945.
Per liberarci di questi signori bisogna sottrarre loro la possibilità di svolgere giochi e ricatti finanziari, prima riappropriandoci della sovranità monetaria, poi regolamentando le Borse e i mercati in modo non speculativo.
E’ chiaro che tutto questo non può essere fatto solo dall’Italia, ma serve un lavoro concentrico di tutte le nazioni europee collegate con la Russia e con alcune nazioni del Mediterraneo.
A questo proposito va ricordato che fondamentale è l’unità politica e militare dell’Europa, cui bisogna puntare con la massima celerità possibile.
Nel breve periodo, pertanto, è necessario mettere in campo tutte le iniziative che convincano le nazioni europee della ineluttabilità di questa scelta.
Infatti è indispensabile passare subito alla nazionalizzazione della Banca d’Italia, all’approvazione di una legge sul signoraggio bancario che faccia tornare il popolo proprietario della moneta nazionale, tornare ad una doppia circolazione monetaria una interna (la lira) ed una internazionale (l’euro), disancorate dalle parità fittizie volute dai costruttori dell’euro, almeno fino all’unità politica dell’Europa ed alla nazionalizzazione della BCE, regolamentare il mercato borsistico in modo tale che i titoli azionari non abbiano una propria vita disancorata dal bene rappresentato ma il valore degli stessi dipenda dall’andamento produttivo e commerciale del bene sottostante.
Nelle more di questa nuova organizzazione ed interpretazione della Borsa, che allontanerà speculatori e truffatori di vario genere, sarà necessario tassare tutte le transazioni finanziarie e porre delle aliquote precise sulle plusvalenze.
Noi non dobbiamo preoccuparci dell’allontanamento degli speculatori perché forse questo potrebbe essere il primo passo verso un rapporto tra gli uomini non basato più sull’interesse economico ma sui valori umani.
Parimenti dobbiamo lanciare dei segnali ben comprensibili agli alleati dell’Italia affinchè anche essi camminino nella stessa direzione e quindi dobbiamo pretendere il ritiro di tutte le truppe italiane impegnate in scacchieri di guerra dove non c’è un interesse italiano diretto.
Sono cose difficili da fare, ci vuole coraggio, ma non ci sono altre soluzioni.
La crisi politica è manifestata in modo evidente dall’aver tutti i nostri politici rinunciato al ruolo che competerebbe loro per mandato popolare, avendo affidato la gestione della politica a sedicenti tecnici, che, quindi, per definizione sono incapaci di modificare il quadro politico entro cui trovare le soluzioni ai grandi problemi del momento.
La crisi economica si percepisce per la mancanza di liquidità, che genera inevitabilmente contrazione dei consumi, con conseguente contrazione della produzione ed inevitabile riduzione dell’occupazione: giro vizioso generato dal ricatto delle grandi centrali finanziarie che, gestendo in proprio l’emissione monetaria, portano gli Stati verso la recessione, per obbligarli a vendere a poche lire i patrimoni industriali e culturali di cui ancora dispongono in abbondanza.
La crisi istituzionale, essenzialmente italiana, trova la sua manifestazione più evidente nell’aver consentito ad un Presidente della Repubblica di liquidare, senza ricorrere alla sovranità popolare, garantita dalla Costituzione, di cui il Presidente dovrebbe essere il garante, tutta la classe politica liberamente scelta dai cittadini.
La crisi culturale trova il suo apice nella scarsezza della produzione culturale causata dalla mercificazione di ogni rapporto umano, che ha sistematicamente impedito il manifestarsi delle qualità autentiche e delle capacità, e dallo sfruttamento a fini partitici di ogni manifestazione creativa così da tarpare l’ansia di libertà di cui deve essere espressione ogni attività artistica.
La corruzione, il malcostume, la degenerazione dei rapporti interpersonali, basati ormai essenzialmente sullo sfruttamento o sessuale o economico del prossimo, la labilità della linea di demarcazione tra lecito ed illecito, il più delle volte posta in punti diversi a seconda se ci riferiamo a uomini legati alle greppie del potere o a comuni mortali, la mancanza di certezza nel diritto, legittimata dalla lunghezza dei processi civili e penali e dalla relatività dell’applicazione delle leggi stesse in base al censo, alla razza e soprattutto ai convincimenti politici, sono le punte di iceberg della grande crisi di valori e soprattutto della morale che sta devastando la nostra nazione.
Come venirne fuori? Come abbiamo detto in altre occasioni, sarà lungo e difficile, ma possiamo ancora farcela. Intanto dobbiamo immediatamente pretendere che la gestione della vita della nazione torni ai politici e subito, prima che i danni diventino irreparabili.
Abbiamo altresì bisogno di tirare fuori una vera classe politica che anteponga l’interesse collettivo a quello personale e che abbia il coraggio e la forza di prendere le decisioni necessarie.
L’Italiano è un popolo capace di grandi cose se ha grandi esempi, di comportamenti abietti se gli esempi della classe dirigente sono pessimi, come nei tempi recenti.
I politici a loro volta devono iniziare a ragionare nei modi che i nuovi tempi impongono. Sicuramente devono programmare tempi lunghi e strategie di largo respiro, perché la globalizzazione c’è e va domata, favorendola in alcuni ambiti e regolamentandola in altri.
Per esempio il villaggio globale dell’informazione va potenziato, mentre adesso è sotto il controllo dei soliti manipolatori; solo la rete, ed anche questa parzialmente, consente di conoscere situazioni che altrimenti rimarrebbero ignote, come la tragedia che si sta svolgendo in Kossovo in questi mesi nel cuore dell’Europa balcanica e sotto gli occhi, vogliamo sperare non complici, delle forze ONU.
La globalizzazione invece dei mercati va controllata magari denunciando l’incapacità del WTO a sanzionare le nazioni che utilizzano lavoro minorile e lavoro schiavistico e , nella migliore delle ipotesi, lavoro senza garanzie.
La Politica dovrà avere questa visione complessiva perché la soluzione delle varie crisi passa attraverso la sconfitta dell’attuale sistema di potere che sta attraversando la sua più grande crisi dalla guerra che ha vinto contro di noi nel 1945.
Per liberarci di questi signori bisogna sottrarre loro la possibilità di svolgere giochi e ricatti finanziari, prima riappropriandoci della sovranità monetaria, poi regolamentando le Borse e i mercati in modo non speculativo.
E’ chiaro che tutto questo non può essere fatto solo dall’Italia, ma serve un lavoro concentrico di tutte le nazioni europee collegate con la Russia e con alcune nazioni del Mediterraneo.
A questo proposito va ricordato che fondamentale è l’unità politica e militare dell’Europa, cui bisogna puntare con la massima celerità possibile.
Nel breve periodo, pertanto, è necessario mettere in campo tutte le iniziative che convincano le nazioni europee della ineluttabilità di questa scelta.
Infatti è indispensabile passare subito alla nazionalizzazione della Banca d’Italia, all’approvazione di una legge sul signoraggio bancario che faccia tornare il popolo proprietario della moneta nazionale, tornare ad una doppia circolazione monetaria una interna (la lira) ed una internazionale (l’euro), disancorate dalle parità fittizie volute dai costruttori dell’euro, almeno fino all’unità politica dell’Europa ed alla nazionalizzazione della BCE, regolamentare il mercato borsistico in modo tale che i titoli azionari non abbiano una propria vita disancorata dal bene rappresentato ma il valore degli stessi dipenda dall’andamento produttivo e commerciale del bene sottostante.
Nelle more di questa nuova organizzazione ed interpretazione della Borsa, che allontanerà speculatori e truffatori di vario genere, sarà necessario tassare tutte le transazioni finanziarie e porre delle aliquote precise sulle plusvalenze.
Noi non dobbiamo preoccuparci dell’allontanamento degli speculatori perché forse questo potrebbe essere il primo passo verso un rapporto tra gli uomini non basato più sull’interesse economico ma sui valori umani.
Parimenti dobbiamo lanciare dei segnali ben comprensibili agli alleati dell’Italia affinchè anche essi camminino nella stessa direzione e quindi dobbiamo pretendere il ritiro di tutte le truppe italiane impegnate in scacchieri di guerra dove non c’è un interesse italiano diretto.
Sono cose difficili da fare, ci vuole coraggio, ma non ci sono altre soluzioni.
Adriano Tilgher









